Il diritto alla bellezza e lo spirito del luogo.

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Sulla bellezza

Quello che mi appresto a descrivere attraverso questo mio commento è il tentativo di delineare il rapporto che esiste tra il concetto di bellezza ed il concetto di “Genius Loci” lo spirito del luogo.  So che trattare un argomento di questa levatura  potrebbe risultare alquanto velleitario, ma vuoi per interessi scolastici, infatti ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Milano, e vuoi anche che per interessi personali,  da sempre mi sono occupato di ambiente, ecologia e di progettazione di giardini. Vuoi anche per la consapevolezza che stiamo sempre più perdendo il senso del limite nel nostro rapporto con la bellezza e la natura, stiamo  arrivando vicini al punto di rottura che non ci consentirà di poter tornare indietro se non con grandi e gravi  perdite.

La bellezza di cui parlo, è quella della natura, del mondo in cui viviamo, dei paesaggi e dei boschi, delle spiagge e delle nostre coste  e dei deserti che si lasciano in nome del progresso e del mito di una economia distorta tutta incentrata al mercato alla crescita e sviluppo continuo.

Ovunque si distrugge e sempre in nome di un futuro migliore. La bellezza naturale è un regalo creato per tutti e dovrebbe essere protetto come qualcosa di prezioso e irriproducibile. Una volta che si è distrutto non c’è possibilità di ricostruzione. Quello che si perde è per sempre. E così le civiltà contadine dei nostri piccoli paesi come le tribù indigene dell’Amazzonia si estinguono come specie rare.

Guardarsi attorno e vedere solo gettate di cemento, o la mancanza di rispetto per l’ambiente, ti toglie ogni senso del bello. Si devono cercare vie alternative per non compromettere del tutto la natura. La bellezza è un dono per tutti come la vita. È un diritto.

Non è un tema da nostalgia, non è la bellezza in un quadro, in una poesia ( lo è anche) , ma  è soprattutto la bellezza nello sguardo di tutti i giorni e di ogni cittadino, è l’elemento che predispone alla conoscenza, alla creatività, a una maturità civica che non puoi avere nei quartieri degradati. È un diritto che va riconosciuto nel quotidiano, devi pensare alla qualità, alla bellezza dei luoghi in cui si vive e si lavora. Io penso alla bellezza come a una nuova frontiera di cittadinanza.

Nelle società moderne le categorie di bellezza e bontà sono indipendenti. Nell’antichità bellezza e bontà andavano, invece, di pari passo in quanto intimamente legate a un’idea più ampia e nobile di ordine, armonia ed equilibrio delle  parti che trovava piena espressione nella filosofia greca. Già la radice etimologica dal latino bellus “bello” è diminutivo di un’espressione antica di bonus “buono”. Le due categorie hanno iniziato progressivamente ad allontanarsi fino alla nascita, nel diciottesimo secolo, dell’estetica: disciplina filosofica che studia la capacità del bello di essere percepito dai sensi.

Già nella prima metà degli anni Ottanta un’indagine per sondaggi promossa dalla Commissione europea valutava l’indice di “sensibilità” del disagio relativo a sei fattori selezionati nel contesto familiare della vita quotidiana (quello più prossimo alla realtà urbana di ciascuno) quali la purezza dell’acqua potabile, il rumore, l’inquinamento dell’aria, l’assenza di accesso a spazi verdi, la scomparsa di buone terre di coltura e il degrado del paesaggio. Soprattutto quest’ultimo presentava il valore più elevato dell’indice di sensibilità.

Come sostiene Salvatore Settis, in alcuni contesti fare la guerra al “brutto” significa lottare contro il disagio sociale e la criminalità organizzata. In effetti, la bruttezza di certi quartieri è intimamente legata a situazioni di degrado sociale che a diversi decenni di distanza non sono state ancora del tutto risolte (il quartiere Corviale di Roma, le Vele di Scampia e lo Zenit di Palermo per riportare solo i casi più famosi) a tal punto da rappresentare esempi negativi per i progettisti di tutto il mondo e da suscitare profonde riflessioni circa le professionalità da coinvolgere (anche in ambito sociale e culturale) nella progettazione.
La bellezza dei luoghi è quindi un obiettivo irrinunciabile che contribuisce in modo determinante al riconoscimento della dignità tanto tra gli appartenenti alla comunità stessa quanto verso l’esterno. Dignità che è forse elemento fondamentale e premessa necessaria all’affermazione di quell’autostima che permette agli individui di reagire alle difficoltà della quotidianità. Ambienti poco curati, degradati, spogli ed eccessivamente grigi non influenzano di certo positivamente la reattività dei propri abitanti.

Nonostante in passato la Chiesa si sia macchiata di crimini che ormai riempiono pagine su pagine  di storia , e che hanno determinato lo sterminio di intere popolazioni e culture, il neoeletto papa  Francesco ha pronunciato un discorso in occasione dell’udienza alle comunità religiose che innalza nuovamente il concetto di bellezza a qualcosa che va ben oltre l’estetica andando a tracciare gli elementi fondamentali della piena realizzazione dell’essere umano “sentiamo vicini anche tutti quegli uomini e donne che, pur non riconoscendosi appartenenti ad alcuna tradizione religiosa, si sentono tuttavia in ricerca della verità, della bontà e della bellezza, questa verità, bontà e bellezza di Dio, e che sono nostri preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica fra i popoli e nel custodire con cura il creato”. Parole, queste che, indipendentemente dal credo religioso( il quale non appartiene al mio orizzonte), attribuiscono alla ricerca della bellezza un grande valore etico e morale capace di qualificare e dare significato all’esistenza di ogni uomo. La bellezza è intesa da Francesco come attenzione e cura del creato e dei propri simili: “E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità di custodire, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce”. 

Queste affermazioni dovrebbero indurre una profonda riflessione sia in quelle professioni che più di altre hanno a che fare con la progettazione e la gestione del territorio, sia negli amministratori e nei funzionari pubblici le cui scelte condizionano non solo gli assetti urbanistici ma anche le dinamiche sociali delle comunità locali.
Nel film “I cento passi”  Marco Tullio Giordana racconta, senza retorica, la vita coraggiosa di Peppino Impastato. Da studente a candidato sindaco, fino all’omicidio, Peppino ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia nella sua terra. In questa scena lui ed un suo amico stanno realizzando un’inchiesta sulla costruzione di un aeroporto costruito senza gare di appalto, con grandi sprechi di denaro, senza alcuna cura dei danni ambientali e pericolosamente vicino ad una montagna. In quel momento si lascia andare a considerazioni sulla  bellezza, come strumento indispensabile per la crescita umana e come punto di partenza per la lotta alle mafie.

“Sai cosa penso? Che questo aeroporto in fondo non è brutto, anzi, visto così dall’alto. Uno sale qua sopra e potrebbe anche pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo, e invece non è così. In fondo tutte le cose anche le peggiori una volta fatte poi si trovano una logica una giustificazione per il solo fatto di esistere. Fanno ste case schifose con le finestre in alluminio i muri di mattoni, i balconcini, la gente ci va ad abitare e ci mette le tendine i gerani la televisione… dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio. Cioè esiste, nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggere la bellezza.” Ho capito e allora? ” ” e allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ste fesserie bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutare a riconoscerla a difenderla.”

Il suo amico non riesce a comprendere la forza di quelle parole, e le scambia per frasi poetiche gettate lì sul momento. In realtà l’aspirazione alla bellezza, o almeno la capacità di vederla, è necessaria per capire quanto la nostra vita diventi sempre più brutta e infelice ogni volta che permettiamo a persone come i mafiosi di privarci di essa. Non è un discorso retorico ma drammaticamente vero.

E’ molto interessante notare come il discorso di questo Peppino “Ragazzo”, sulla voglia di rieducare gli animi alla bellezza per smuovere le coscienze, lascerà il posto ad un altro discorso, questa volta sulla “rabbia”, che sarà, ora costruttiva e propositiva, ora amareggiata e disillusa, e specchio di un Uomo che nonostante una vita di lotte si sente sempre più solo e sconfitto.

E’ lo stesso senso di amaro e di sconfitta che mi pervade ogni qualvolta mi reco in Calabria. Una volta  lasciata alle spalle l’uscita dell’autostrada   e dopo aver percorso  alcuni chilometri per arrivare al mio paese, dopo una curva appare un paesaggio , quello aspromontano, che seppur bello , fatto di campagne, di boschi di castagno e degli oliveti millenari che incastonano una cittadina che non riconosci più . Un paese che dopo essere stato distrutto dal terremoto di Messina del 1908 fu riscostruito con case basse e  che degradavano lentamente dalla collina verso la parte bassa del paese .

Di quelle costruzioni  e di quello scenario resta poco o niente, oramai si vedono solo case costruite su tre quattro piani senza nessun criterio e nessun controllo, mai terminate da decenni, ed allora non capisci più se c’è stato da poco un terremoto, oppure il vero terremoto è stato generato da decenni di speculazione, incuria, mancanza di gusto e scarsa o nulla “coscienza del luogo”, dei luoghi raccontati da Corrado Alvaro in “Gente in Aspromonte”. Purtroppo questa piaga non riguarda solo questa parte del paese , ma il degrado urbanistico , morale e politico ormai pervade l’intera penisola.

Allora mi rendo conto che è sempre più necessario, aggiungerei non più procrastinabile  affrontare il tema che lega il concetto di  bellezza alla coscienza dei luoghi per generare pratiche e discorsi in grado  di favorire la rinascita di questi luoghi , di rigenerazione dei territori siano essi  spazi urbani, rurali , delle nostre coste e delle nostre montagne .

Quando si parla di bellezza o ci si meraviglia o si storce il naso. Nel primo caso perché viene in mente qualcosa di straordinario, di lontano dalla vita di ogni giorno. Nel secondo caso perché la bellezza,  visione economicistica, sembra una questione secondaria e, in fondo, accessoria. Eppure la bellezza è sostanziale nelle nostre vite e può essere un viatico per scegliere in questo tempo di crisi,  sia che si tratti di beni artistici ed architettonici oppure del nostro paesaggio .

Lo spazio di vita e la sostanzialità del paesaggio sono, quindi, determinanti. Tutto questo avviene nella contingenza delle nostre esistenze, nei tempi delle nostre vite, occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili.

La bellezza ed il paesaggio, la ricchezza e la qualità del patrimonio artistico, archeologico e architettonico, l’originalità e l’importanza della ricerca culturale e della tradizione musicale, teatrale, della moda e più in generale della creatività fanno dell’Italia un Paese unico al mondo. Il diritto alla bellezza e la tutela del paesaggio costituiscono una delle missioni irrinunciabili della Repubblica italiana, risultato di un’identità millenaria e riconosciuta nel dettato costituzionale. Il diritto alla bellezza e al paesaggio sono strettamente connessi alla qualità della vita sociale e economica e al valore della libertà.

 

Sul “Genius Loci” – Lo spirito del Luogo

Chi costruisce o restaura edifici, chi progetta centri urbani, chi pianifica un territorio, avrebbe il dovere, prima di ogni altra cosa, di intessere una relazione intima e profonda con il luogo. Dovrebbe porsi, cioè, in una situazione di ascolto, tentare di percepire l’invisibile che sta dietro al visibile per entrare in contatto con l’essenza di quel piccolo frammento di Terra sul quale è chiamato ad intervenire.

 

Già, perché i luoghi chiamano, evocano, ci inseguono e, quando vogliono, sanno farsi scoprire, anche intimamente. Gli antichi avevano compreso l’importanza e la complessità di questo processo al punto che, ad esempio, nel mondo greco classico, la scelta del luogo dove costruire una nuova colonia era affidato all’ecista,( nella Grecia antica, era un condottiero scelto da un gruppo di cittadini per guidarli alla colonizzazione di una terra) personaggio a metà strada tra il condottiero, il sacerdote, il filosofo e l’architetto, il quale sapeva interpretare presagi, segni, narrazioni, semiologie dei luoghi, oltre che gli elementi geografici.

 

Ma la precisa identificazione di quest’idea di “essenza interiore” del luogo fu coniata dai latini con il Genius Loci (con le iniziali maiuscole perché trattasi pur sempre di una divinità, anche se secondaria, cioè non olimpica), che con estrema semplificazione potremmo definire come lo spirito, il nume tutelare di ogni singolo luogo. Per uscire subito dalle secche della pura ricerca filologica, possiamo dire che, se volessimo applicare quel concetto oggi ad un luogo particolare, sia esso naturale o urbano, potremmo forse dire che quel luogo è “numinoso”, cioè colmo della presenza di un nume, pervaso da un’aura di sacralità. L’idea di Genius Loci, seppur velata dalle nebbie del mito, può tornare utile a chi voglia accostarsi ad una più attenta e rispettosa “scienza dei luoghi” o ad una architettura più consapevole.

 

Tanto è più vero se si pone mente che l’opera moderna più nota col titolo “Genius Loci” è proprio quella (laica e pragmatica)  di un architetto, Christian Norberg-Schulz, col sottotitolo “Paesaggio, Ambiente, Architettura”.

 

Ed infatti, sostiene Norberg-Schulz, “Proteggere e conservare il genius loci significa concretizzarne l’essenza in contesti storici sempre nuovi. Si può anche dire che la storia di un luogo dovrebbe essere la sua autorealizzazione”. Come dire che, a saper bene indagare, ogni luogo reca in sé i segni di ciò che esso vuole essere o divenire.

 

Ed esattamente questa dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi si appresta ad intervenire su quel luogo, sia esso architetto, ingegnere, pianificatore o quant’altro.

 

La perdita della capacità di riconoscere l’identità dei luoghi (l’indifferenza) non è diversa dall’incapacità di riconoscere se stessi come individui sociali. La distruzione dei luoghi non è un incidente, un eccesso di voracità di qualcuno, ma un obiettivo intrinseco del sistema economico dominate: recidere le relazioni tra l’individuo, l’ambiente, gli altri da se.

Costringendo l’individuo nella sola dimensione produttiva/consumistica. Spaesamento, sradicamento sono effetti coerenti di una logica di dominio volta ad annichilire l’individuo. Così il territorio, spogliato dal paesaggio, sterilizzati i «genī loci», diventa strumento neutro del potere economico, liberamente cartografabile, per esercitare il potere, tracciare confini ed erigere muri dentro cui segregare i propri sudditi.

 

Le colate di cemento sommergono ogni spazio libero. Il saccheggio procede. Il paesaggio sparisce: Il capannone è il tipico edificio che più si ripete. Solo piccolissimi varchi tra un edificio e l’altro permettono di gettare uno sguardo oltre la muraglia di capannoni.

 

La distruzione del paesaggio è la inevitabile conseguenza della preminenza dell’interesse economico su ogni altro valore, del dogma della crescita economica che ha soppiantato ogni altra visione del mondo. Dobbiamo sapere che è la stessa logica che travolge ogni campo del vivere umano: nel lavoro, de-umanizzato, alienato; e nel territorio, ridotto a supporto inerte.

 

Scrive Alberto Magnaghi che la «coscienza di luogo» è la «capacità di riacquisizione dello sguardo sul luogo come valore, ricchezza, relazione potenziale tra individuo, società locale e produzione di ricchezza. Un percorso da individuale a collettivo in cui l’elemento caratterizzante è la ricostruzione di elementi di comunità in forme aperte, relazionali, solidali».

 

Sta quindi in noi cittadini, alle comunità che vivono e lavorano in questi territori ed in questi spazi riappropriarci degli elementi che caratterizzano la nostra vita, attraverso processi di democrazia diretta, e attraverso la difesa dei beni comuni.

 

L’azione della difesa del paesaggio si inserisce, perfettamente nel quadro più generale (socio-economico e finanche antropologico e culturale) delineato dal progetto della decrescita: decrescere la dipendenza della società dalla logica del mercato capitalistico ed  abbandonare definitivamente  un modello di sviluppo  che ci ha portato alla distruzione delle  risorse naturali e sta compromettendo la vita stessa dell’intero pianeta.

 

La difesa del paesaggio può costituire una molla concreta per risvegliare le coscienze e  per attivare delle pratiche  lungo la via della decrescita. Pensare alla tutela del paesaggio come un principale obiettivo/motore attivatore della decrescita. Ma per fare diventare il paesaggio un punto di forza delle ragioni della decrescita è necessario sviluppare alcuni passaggi logici.

 

Innanzitutto mettersi d’accordo su cos’è il paesaggio. Poi includere “questo”  paesaggio,  “i beni paesaggistici” del Codice dei beni culturali e non solo tra i beni comuni da rivendicare e da sottrarre alle leggi del mercato.

Infine decidere di “prenderlo in cura”  (governarlo e gestirlo) in forme e modalità efficienti e condivise, creando anche occasioni di lavoro utile e sostenibile.  Serve cambiare mentalità, atteggiamenti, regole, codici di funzionamento sociale.

 

Le esperienze pilote, le pratiche virtuose, i casi di gestione condivisa del bene comune territorio, villaggio, condominio, “città di città”... sono molti (Paolo Cacciari).

Credo che per rientrare nei limiti della sostenibilità ambientale, della bellezza dei paesaggi, della equità sociale e del “buon vivere”, si possa partire da qui.

 

Il ventaglio delle azioni possibili è davvero ampio: si va dall’appello del progettista edile Tommaso Gamaleri che ha lanciato la campagna per l’obiezione di coscienza contro gli incarichi professionali di progetti di edifici su terreni non edificati, alle amministrazioni comunali che modificano i piani regolatori a «Zero consumo di suolo» , allacamapagna «Rifiuti Zero».

 

Dalla campagna «Salviamo il paesaggio», alle «Transition town» (autosufficienza energetica). Dalla rete delle «Slow city&raq uo; (Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ne era il promotore in Italia), ai «Contratti di fiume». Dal movimento per gli orti urbani collettivi, agli ecomusei, al turismo sostenibile e alla ospitalità diffusa. Dai Parchi agricoli multifunzionali legati alle Reti dell’altra economia e ai Gruppi di acquisto solidali, al movimento per la difesa degli usi civici.

 

Dal cohousing, agli ecovillaggi, ai condomini solidali. Dai piani di bacino idrogeologici, alle bioregioni. Dagli innumerevoli movimenti di cittadinanza attiva, di cui i NoTav della Val di Susa sono un emblema, al laboratorio urbano della Scuola dei territorialisti che ci insegna come è possibile attivare processi di riappropriazione dei luoghi rigenerando relazioni e identità territoriali.

 

Un grande movimento dal basso per sottrarre paesaggio-ambiente-territorio-luoghi alla logica economica del mercato e per ridare bellezza a questo paese ed alla gente che lo abita.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. remigio ha detto:

    Condivido pienamente la tua riflessione.
    Stiamo facendo di tutto per stravolgere l’anima e la bellezza dei luoghi. L’incuria dell’uomo per il territorio in cui vive procede di pari passo con le sue scellerate scelte urbanistiche, non sempre in relazione alle caratteristiche ambientali in cui vengono inserite. Oggi la barbarie non è costituita dalle distruzioni – come avveniva ai tempi dei Barbari – ma dalle costruzioni. I nuovi barbari distruggono, costruendo. E costruendo, continuano a scardinare luoghi pieni di memoria e di silenzio, modificando in maniera davvero violenta antichi borghi, distruggendo colline dove rigogliosa sorgeva la macchia mediterranea. Villaggi turistici (che si animano solo in estate, mentre durante i mesi invernali diventano agglomerati fantasma), invadono ogni luogo, si appropriano del territorio. La fisionomia di un paese cambia in maniera veloce, tanto che si stenta a riconoscerlo e si perde quell’antica e piacevole sicurezza di sentirsi “a casa”. Questa sensazione l’avverto anch’io, ogni qual volta rientro nel mio paese nel Cilento: il cemento che avanza e distrugge la bellezza.
    Un saluto

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