Quale modello per il futuro delle nostre città?

Rete-Natura-2000-2

Questa domanda ce la poniamo poiché è ormai universalmente comprovato che la struttura fisica di una città produce benessere sociale o, al contrario, esclusione. In altre parole la forma che daremo influirà direttamente sul contesto sociale e sulla vita dei cittadini, sul loro “benessere”.  E’ dalla forma che dipende la sostenibilità.

Tali principi si devono tradurre in qualità concrete, secondo un programma che metta in primo piano i servizi, il lavoro, il sostegno alle classi meno abbienti, la mobilità sociale, la crescita culturale, il diritto al bello e, ancora una volta, la sostenibilità.

In questo contesto, la pianificazione urbana deve assolvere al compito precipuo di “difensore del bene comune”. 
Le consultazioni referendarie sull’acqua pubblica e sul nucleare, e la natura stessa del nostro movimento,  ci hanno confermato due cose: la prima, è che i cittadini hanno voglia di partecipare, di scegliere gli amministratori di cui si fidano e di decidere; la seconda, è che i cittadini hanno capito benissimo che esiste un “bene pubblico” che va difeso e preservato e che le origini della convivenza civile in una comunità si fondano proprio sulla gestione equilibrata di questo “bene pubblico comune“.

Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni comuni non possono essere trasformati in funzione dell’esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate, specie in questo periodo di scarse risorse economiche.

E’ a partire dall’affermazione di  alcuni principi e  considerazioni e dalla loro effettiva realizzazione  che  potremo dire di aver contribuito a sviluppare un modello diverso di gestione del territorio, il punto di partenza per la “rigenerazione urbana” sta dunque nella creazione di uno spazio pubblico, aperto alla comunità e fortemente integrato con le attività della città.

Perseguire la qualità urbana delle nostre città significa porre in rapporto dinamico tutti gli elementi legati alla riqualificazione di un’area con quelli più ampi del contesto nel quale essa insiste. I presupposti essenziali sono:

  • che il governo della riorganizzazione territoriale sia esercitato dalle istituzioni in modo sempre più aperto al contributo di tutti gli attori;
  • che i processi di trasformazione abbiano come obiettivo generale quello di contribuire a realizzare maggiore coesione sociale ed economica, presupposto per lo sviluppo di tutto il territorio;
  • che il giudizio sulla qualità di ogni singolo intervento comprenda la sua capacità di integrazione fisica, sociale ed economica con il contesto urbano e che l’effetto di riqualificazione  sia duraturo nel tempo.
  • uno spazio pubblico in cui sia fortemente riabilitata la funzione della strada come passaggio pedonale e in cui sia ribaltato l’attuale rapporto tra trasporto privato e trasporto pubblico a favore dell’uso preferenziale di quest’ultimo.
  • progettare gli interventi prendendo in considerazione le sfide della società contemporanea, migliorare il contesto urbano, contribuire a creare o consolidare identità del luogo, produrre risparmio energetico e sostenibilità ambientale.
  • favorire la convivenza civile, l’aggregazione sociale, la sicurezza e la partecipazione. L’obiettivo è di costruire uno spazio di relazione integrato nel contesto urbano, un ambiente sicuro e flessibile, caratterizzato dalle opportunità offerte da una mobilità lenta.
  • Elevare la qualità della vita favorendo la coesione, l’articolazione della composizione sociale e offrendo adeguati servizi alla persona e alla famiglia.
  • Offrire servizi misurati sulle reali esigenze dell’area urbana in cui si colloca il progetto.
  • Trasformare la città da organismo energivoro a organismo produttore di energia, applicando sistemi passivi per il risparmio, tecnologie innovative per l’efficienza e fonti rinnovabili per la produzione, dando piena attuazione agli obiettivi del PAES (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile);
  • Garantire salubrità e benessere attraverso l’applicazione dei principi della bioclimatica.
  • Il paesaggio urbano costituisce un valore fondante per l’area e per l’intera città. È necessario raggiungere una giusta sintesi tra la morfologia del territorio, il patrimonio presente e le soluzioni progettuali valorizzando i segni identificativi accumulati nel tempo dal paesaggio urbano (landmark) e contribuendo alla riappropriazione dei paesaggi abbandonati.

 

Il consumo del territorio

Buona parte della Lombardia presenta una superficie di territorio urbanizzato intorno al 62% (stima al 2005) ben superiore al valore medio per il contenimento del  grado di urbanizzazione fissato per tutta la provincia di Milano nel 45%.

Il superamento del 50% dei suoli impermeabili all’interno dell’urbanizzato inficia gravemente sulle capacità di evapotraspirazione e quindi sulla capacità del suolo di generare le risorse aria e acqua.

Tale  soglia del 50% della superficie comunale rappresenta l’equilibrio oltre il quale si compromette pesantemente la salubrità dei sistemi antropizzati per la grave influenza che le superfici impermeabili hanno sull’ambiente.

Noi siamo fortemente convinti che, assunto il dato del suolo già consumato, nella programmazione urbanistica della città non vi debbano essere previste  nuove costruzioni.
Sono le abitazioni già esistenti, e destinate ad esistere probabilmente per molti anni ancora, che devono essere poste al centro dell’interesse della città per un utilizzo migliore che preveda interventi di sviluppo e gestione diversa.

L’aver puntato in modo quasi univoco sulla crescita edilizia ha innescato un dilagante processo di urbanizzazione e degrado del territorio che si è tradotto in costi crescenti per l’amministrazione pubblica. Sulle casse pubbliche pesano infatti sia le spese erogate a posteriori di emergenze calamitose generate da incuria o da occupazione di suoli non idonei alle costruzioni, sia quelle connesse all’incremento degli impegni derivati dalle nuove edificazioni non più coperti, nel medio-lungo periodo, dagli iniziali oneri di urbanizzazione e di cui le amministrazioni debbono farsi carico il più delle volte attraverso il disavanzo. Una dinamica che ha prodotto risultati opposti a quelli immaginati e va ripensata al più presto in direzione di forme di sviluppo durevoli, ispirate da preoccupazioni sociali e ambientali.

Nella consapevolezza che il futuro nostro e delle prossime generazioni è determinato dalle scelte di oggi che debbono orientarsi alla qualità del vivere e dell’abitare attraverso politiche coordinate tese alla riqualificazione, riorganizzazione, riconversione dei patrimoni urbani e territoriali.

Obiettivi urgenti i cui presupposti di giustizia sociale sono interrelati a una ineludibile svolta economica orientata alla sostenibilità. Le carte dello sviluppo si giocano insomma sui sistemi territoriali, correggendo le distorsioni, le irrazionalità e gli sprechi del passato.

L’efficienza del sistema territoriale, il governo delle trasformazioni nell’interesse pubblico, la cura del patrimonio agricolo e paesaggistico e la salvaguardia dell’ambiente sembrano perciò tra le principali strategie per uscire dalla crisi e per contrastare l’azione della speculazione finanziaria e immobiliare. Pare così utile ragionare sui grandi temi della condizione contemporanea, a partire dalle modificazioni che hanno mutato il contesto fino al punto di generare le condizioni di

difficoltà dell’economia e della cosa pubblica a cui assistiamo.

Conseguentemente dobbiamo affrontare quattro questioni che riteniamo centrali:

  1. Il tema del complessivo riordino delle competenze delle autonomie locali e del riordino della fiscalità e della finanza locale per contrastare il peso che grava sul territorio in conseguenza delle crescenti ristrettezze delle risorse locali.
  2. Il tema della qualità della vita nelle città e nelle aree di dilatazione dell’urbanizzazione, della mobilità che ne è conseguita e di scelte infrastrutturali coerenti e funzionali alle effettive esigenze.
  3. Il tema del welfare, nella sua proiezione territoriale, e quello dell’edilizia sociale, come risposta alle crescenti pressioni derivanti dalle migrazioni, dall’impoverimento delle giovani generazioni e dalla necessità di assistenza alle generazioni anziane.
  4. Il tema del consumo, dell’artificializzazione e della mancata manutenzione del territorio, della difesa dei suoli, dei paesaggi e della disciplina della produzione agricola come contrasto alla dilagante incuria del patrimonio naturale e culturale.

 

Riforma istituzionale e dell’equità fiscale

 L’urgenza di una sostanziale riorganizzazione della forma dello Stato e di una più equa distribuzione del contributo fiscale di ognuno al suo funzionamento è avvertita ormai da decenni, ma i diversi tentativi compiuti in questo senso sono finora naufragati nel degrado del confronto politico. I mutamenti sociali e territoriali che giustificano questa urgenza sono noti e l’inefficienza dei meccanismi di decisione e di governo ne acuiscono l’evidenza. La drammaticità della crisi ripropone il tema come presupposto per uscire dalle difficoltà, cosicché è decisivo riflettere sulla direzione di marcia.

Si pongono dunque tre obiettivi:

a) adeguare dimensioni e competenze degli Enti preposti al governo dei fenomeni territoriali, di cui vanno riconosciute le nuove caratteristiche;

b) rendere la finanza comunale meno dipendente dall’attività edilizia alleggerire il peso fiscale che ricade sulla casa e sull’attività edilizia, spostando il prelievo sui patrimoni e sulla proprietà delle aree e introducendo tasse di scopo, introdurre meccanismi di alleggerimento fiscale sulle opere di recupero e di ammodernamento energetico.

 

Qualità della vita nelle città e nelle aree di urbanizzazione, mobilità e scelte infrastrutturali coerenti

 I grandi mutamenti sociali avvenuti nell’ ultimo trentennio hanno reso problematica la situazione della gran parte delle maggiori città italiane, situazione che assume proporzioni critiche nel caso delle città metropolitane. Per diverse ragioni (accumulo di questioni non trattate tempestivamente, carenza di risorse da malgoverno) esse mostrano un carico di problemi spesso grave. Ciò riverbera sulla vivibilità urbana, infatti proprio in queste città maggiori, maggiore è anche lo scontento dei cittadini, che inutilmente premono per ottenere ambienti e servizi migliori (trasporto pubblico, housing sociale, politiche sociali, manutenzione ordinaria della città).

Le grandi città italiane presentano caratteri qualitativi di gran lunga inferiori a quelli delle corrispondenti città europee. Ciò è grave, tanto più tenendo conto che in queste aree si concentra tanta parte della popolazione, delle attività produttive, delle funzioni direzionali, dei potenziali di futuro in termini di società della conoscenza.

All’interno di queste città proprio le sedi delle principali funzioni pubbliche, a cominciare da ospedali, scuole e università, sono prossime alla fatiscenza. Di conseguenza nelle aree urbane a carattere metropolitano, assieme ai più elevati redditi familiari, si concentra la maggior parte del malessere urbano, dei problemi sociali non trattati e in generale della penuria di vivibilità, con gravi perdite anche in termini di potenzialità e opportunità.

Una delle principali cause del malessere risiede nel mancato governo dei flussi: i servizi pubblici nell’area urbanizzata, il conflitto permanente tra uso del mezzo privato

e qualità dell’aria, il clima acustico e l’agibilità degli spostamenti e delle soste (parcheggi, tempi di percorrenza, ecc) e più in generale le carenze e scarso coordinamento di reti di trasporto e di comunicazione (autostrade, alta velocità, telecomunicazione, reti di energia).

In questo campo è venuta affermandosi, in particolare negli ultimi venti anni, una concezione dell’infrastruttura che esalta, fino a rendere prevalente se non esclusivo, il suo aspetto di “opera pubblica”, a prescindere dalla concreta utilità e dalla coerenza con il contesto insediativo a cui viene incardinata. Una distribuzione delle reti infrastrutturali e di trasporto che denuncia il disallineamento tra progettazione del territorio e politiche per la mobilità, con effetti spesso conflittuali e inefficaci, oltre che un orientamento che privilegia la mobilità individuale su quella collettiva.

 

Sul tema del welfare e dell’abitare

Che si stia vivendo un periodo di grande crisi è un dato di fatto. Una crisi strutturale, di sistema. In un momento come questo ci si aspetta da chi governa proposte serie, realizzabili. Questo vale a tutti i livelli: per il governo nazionale e per quello locale.

La situazione è drammatica poiché la condizione di povertà economica delle famiglie con figli si e’ aggravata ulteriormente. Tra il 2007 e il 2010 il reddito equivalente, ovvero corretto per tenere conto della diversa composizione familiare, è diminuito in media dell’1,5 per cento. Il calo è stato più forte, oltre il 3%, tra i nuclei con capofamiglia di eta’ compresa tra i 40 e i 64 anni .

Secondo l’Istat ormai raggiungono con maggiori difficoltà la fine del mese anche le famiglie in cui ci sono operai, quelle con un basso grado di istruzione, con più di due figli e almeno una persona anziana.

Garbagnate,  come gran parte dei comuni della zona Nord Ovest di Milano,  è drammaticamente immersa in questa crisi  è ciò sta a significare che il substrato cittadino sul quale questa crisi sta mostrando i suoi effetti, era già in una condizione di sofferenza, e che  con l’acuirsi della crisi, delle continue perdite di posti di lavoro e la chiusura di alcuni comparti produttivi si aggraverà ulteriormente riversando sul nostro territorio gran parte delle problematiche sociali a cui bisognerà  dare delle risposte.

Ciò che è interessante notare sono i cambiamenti nella tipologia dei nuovi poveri. Si aggiungono alle fasce di cittadini in condizione di fragilità anche persone appartenenti a famiglie del ceto medio-basso che la crisi ha fatto precipitare in uno stato di forte disagio. Appartengono a queste categorie soggetti fortemente indebitati. Sono individui o famiglie che hanno fatto ricorso al credito per l’acquisto della casa o per fronteggiare il carovita che ha, progressivamente, eroso i loro risparmi e, drasticamente, diminuito le capacità di spesa.
Uno dei dati particolarmente allarmanti di questa crisi è la povertà giovanile che, oltre ad essere grave in sé, produce una trasmissione intergenerazionale della povertà (le persone giovani povere genereranno figli poveri i quali, a causa della scarsa mobilità sociale, faranno fatica ad affrancarsi da questa condizione) comportando elevati costi sociali nel futuro.

Per quanto riguarda l’abitare, due aspetti concorrono a determinare l’attuale grave sofferenza, da un lato la debolezza e la scarsa efficacia delle politiche nazionali in materia di sostegno alla casa, dotate di risorse progressivamente calanti fino al loro pratico azzeramento; dall’altro la condizione di disagio che si allarga – testimoniata anche dai dati  Istat – e che va riferita non solo alla povertà materiale, ma anche all’azzeramento delle prospettive di futuro per i giovani, alla scarsa mobilità sociale e territoriale delle generazioni e infine alla crescente difficoltà, per le generazioni anziane, a mantenere i precedenti livelli e abitudini di vita. Difficoltà a cui si aggiunge il crescente flusso di migrazione con scarsa solvibilità che va ad ingrossare la domanda di abitazione.

Il problema abitativo è dunque componente fondamentale di un più generale disagio sociale. Ne consegue che non esistono risposte al problema della casa se non integrando le politiche abitative con quelle dell’inclusione sociale.

C’è necessità di fabbricati pensati per ospitare categorie sociali diverse: per condizioni anagrafiche, economiche e culturali; nuove “case” che siano primo luogo di incontro, socializzazione, crescita armonica.

Ad esempio, ai piani più bassi le abitazioni attrezzate per ospitare persone diversamente abili, ai piani intermedi abitazioni di non ampia dimensione per persone anziane, famiglie monoparentali, giovani coppie (con patto di futura vendita), ai piani alti abitazioni di dimensioni più ampie per famiglie numerose.

Questi interventi possono essere realizzati coinvolgendo sia operatori pubblici sia operatori privati. Un tale progetto favorirebbe la concreta realizzazione del tanto agognato e mai realizzato mix sociale.
Secondo noi è necessario diminuire l’incidenza di edifici popolari insistenti nello stesso quartiere e creare quell’auspicato mix sociale che eviterebbe la concentrazione di gravi problemi in un’unica area.

E’ necessario trattare l’abitazione sociale come un naturale corollario del più generale tema dei servizi e concepire la dotazione di una quota significativa di abitazioni a prezzo calmierato come necessaria integrazione delle politiche del welfare e della dotazione di “standard” pubblici.

Negli ultimi vent’anni il mercato abitativo ha goduto di rendimenti sbalorditivi, volumi di offerta straordinari, ma non in linea con la solvibilità della domanda corrente. Oggi è lo stesso mercato a trovarsi in difficoltà, con imprese e lavoratori a subire gli effetti di una crisi senza precedenti.

Crediamo sia opportuno tornare a coinvolgere il mondo dell’impresa nella soluzione del problema abitativo, attraverso provvedimenti che incentivino il contributo privato all’edilizia sociale, anche operando con rigore nella riappropriazione pubblica di parte della rendita.

 

Si pongono, anche in questo caso, tre principali obiettivi:

a) riaffermare che l’edilizia sociale è una componente essenziale dell’equilibrio economico e sociale del paese;

b) recuperare parte della rendita conseguente alle trasformazioni territoriali per dedicarla allo sviluppo dell’housing sociale;

c) contrastare la prospettiva di svendita del patrimonio pubblico e promuovere una radicale riforma dei criteri di gestione del patrimonio.

d) reintrodurre nella legislazione nazionale e regionale una quota minima di housing sociale connesso alle trasformazioni territoriali, trattando l’abitazione sociale come un naturale corollario del più generale tema dei servizi e concependo la dotazione di una quota significativa di abitazioni a prezzo calmierato come necessaria integrazione delle politiche del welfare e della dotazione di “standard” pubblici;

 

Rigenerazione urbana

Sul fronte della riconversione del patrimonio esistente anche in Italia non siamo all’anno zero: soprattutto nelle città del nord, la grande opportunità offerta dalla riconversione delle aree produttive o di servizio dismesse o liberate dai trasferimenti di attività, negli ultimi decenni è stata in parte colta, insediando nuove funzioni necessarie allo sviluppo urbano senza incidere sui tessuti storici e senza produrre ulteriore consumo di suolo.

Naturalmente non mancano le criticità (a cominciare dal tema dei costi di bonifica), ma sulle aree industriali dismesse esiste un’accumulazione di esperienze importanti. Certamente assai meno esplorato è invece il terreno relativo alla trasformazione del patrimonio abitativo esistente.

Finora anche grazie a politiche di natura fiscale, ci si è limitati ad interventi su singoli immobili e di portata limitata.

Ma se è vero che, anche in relazione alla crisi economica globale, sta gradualmente crescendo l’allarme per il consumo delle risorse fisiche (dall’acqua al suolo), per lo spreco energetico, per la crescente ingovernabilità dei sistemi di mobilità, si può dire che ciò rappresenta una spinta rilevante ad imprimere una inversione di rotta radicale nel modo di concepire il rapporto con la risorsa territoriale, nella direzione di una forte e condivisa attenzione alla sostenibilità dello sviluppo.

Un vero e proprio cambio di paradigma si rende necessario se si vuole realizzare una effettiva inversione di tendenza. Dal punto di vista dello sviluppo insediativo l’opzione di fondo non può che essere quella di guardare al patrimonio esistente come una grande risorsa oggi mal utilizzata che richiede un recupero di qualità e di funzionalità con particolare attenzione al risparmio energetico, al contenimento del consumo di suolo e alla necessità di dare risposta alla nuova domanda abitativa.

Perseguire la qualità urbana significa porre in rapporto dinamico tutti gli elementi legati alla riqualificazione di un’area con quelli più ampi del contesto nel quale essa insiste. La somma di singoli buoni progetti non basta, infatti, a garantire qualità urbana, in termini di miglioramento della vita dei cittadini.

I presupposti essenziali di una rigenerazione sono:

  • che il governo della riorganizzazione territoriale sia esercitato dalle istituzioni in modo sempre più aperto al contributo di tutti gli attori;
  • che i processi di trasformazione abbiano come obiettivo generale quello di contribuire a realizzare maggiore coesione sociale ed economica, presupposto per lo sviluppo di tutto il territorio;
  • che il giudizio sulla qualità di ogni singolo intervento comprenda la sua capacità di integrazione fisica, sociale ed economica con il contesto urbano e che l’effetto riqualificativo sia duraturo nel tempo.

 

Il punto di partenza per la rigenerazione urbana sta dunque nella creazione di spazio pubblico, aperto alla comunità e fortemente integrato con le attività della città. Uno spazio pubblico in cui sia fortemente riabilitata la funzione della piazza e della strada come passaggio pedonale e in cui sia ribaltato l’attuale rapporto tra trasporto privato e trasporto pubblico a favore dell’uso preferenziale di quest’ultimo.

In una recente intervista Renzo Piano ha dichiarato che il suo approccio al progetto urbano consiste nel partire dal vuoto, prima di pensare al pieno: così ha fatto per la piazza del Centre Pompidou a Parigi, nella riqualificazione di Posdammerplatz a Berlino o nel nuovo campus della Columbia University a New York. “ E’ paradossale – afferma Piano – ma da Los Angeles a Seul tutti citano come modello le città italiane, il nostro stile, il vivere appunto in piazza, in strada. Noi invece negli ultimi anni abbiamo pensato di imitare mediocri modelli stranieri, immaginando di inseguire chissà quale straordinaria modernità . Bisognerebbe invece cominciare dal piccolo, dalle piste ciclabili, dai giardini, dai mille minimi interventi per ricucire il tessuto urbano, a partire dalla periferia fino al cuore delle città”. Allo stesso tempo è necessario ritrovare una unità territoriale di intervento che consenta di portare a sistema i contributi locali, promuovendo la partecipazione dei cittadini in forme non banali né burocratiche, ma cercando davvero la sintesi delle opinioni e la composizione degli interessi che sono l’ espressione di una società multiculturale.

L’obiettivo che  con queste considerazioni dobbiamo porci  è quello di contribuire a costruire un tessuto urbano sostenibile e non ghettizzato, sia sul versante funzionale sia su quello sociale, dal punto di vista del reddito, delle fasce di età, della condizione professionale e culturale. 

Il periodo storico che stiamo attraversando ci sottopone a sfide impegnative, non ultima l’emergenza ambientale, abbiamo un’occasione irripetibile e concreta per iniziare un processo di mutazione, ridefinendo bisogni, abitudini, attività in base a nuove condizioni.

 Le questioni da affrontare sono evidenti, spaziano da necessità personali alimentari, di sussistenza economica ed energetica del singolo a problematiche via via di più ampio respiro quali quelle legate al paesaggio piuttosto che alla gestione dei rifiuti o alla scarsa sostenibilità degli attuali modelli di sviluppo e di consumo, alle emergenze sociali.

 Gli effetti di processi giustificati dall’ideologia di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche, una macchina perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e dilapidato risorse pubbliche.

Del resto, la stagione delle «grandi opere» è servita e continua a servire soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento del paese sono state avviate opere dannose e inutili.

Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città si fanno allarmanti.

Non avremo risorse per portare i servizi nel territorio diffuso e, ciò che in prospettiva è più importante , non potremo competere con i livelli di efficienza delle città europee, con la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro capacità di fare rete e richiamare investimenti privati  proprio in virtù dell’alto livello di funzionalità.

 

Agricoltura urbana come sistema di governo del territorio


Nonostante le associazioni governative da tempo siano impegnate sul tema, solo di recente, gli “addetti ai lavori” hanno iniziato a prendere seriamente in considerazione l’opportunità di utilizzare l’agricoltura urbana come strumento di rivitalizzazione degli spazi aperti, sostenibile a tutti gli effetti, dunque non solo green ma sensibile alla varietà co-culturale, alle specificità dei luoghi e alle differenti esigenze espresse dai cittadini i quali, in una “società post patriarcale e globale” hanno stili di vita altamente differenziati.

Affinché l’agricoltura diventi una reale chiave di rinnovamento delle nostre città e del territorio deve superare la sua connotazione “residuale” per divenire un vero e proprio sistema agroalimentare, in grado di auto sostenersi, di affermarsi come “tassello” multifunzionale della città, di instaurare connessioni e sinergie tra settori diversi predisponendo luoghi dove le persone siano incoraggiate a comunicare, di stimolare senso di appartenenza ad una comunità, di portare ad un’ibridazione di filiere mettendo in rete pratiche e produzioni locali già esistenti, individuando consumatori, negozi gestiti direttamente dai produttori, fattorie, ristoranti e altre forme di organizzazione collettiva.

L’agricoltura dovrebbe essere capace di far permanere la ricchezza nei luoghi di produzione, di slegarsi dai sistemi industriali e distributivi, di produrre qualità valorizzando le peculiarità localila biodiversità nell’agricoltura e nell’alimentazione, pronto a riutilizzare i materiali e i rifiuti all’interno del medesimo sistema urbano progettando i vari elementi come un tutto integrato per generare efficienza, con l’obiettivo di trasformare, a lungo termine, la filiera corta in alternativa strutturale per il governo del territorio, per la gestione del paesaggio, la cura dei luoghi, il riuso delle aree dismesse, la creazione di occupazione oltre, ovviamente,  la produzione.

Per fare un prodotto alimentare sano, ci vuole un ambiente pulito: sembrerebbe banale, ma non capita sempre. Se un campo agricolo è in un area tutelata, dove gli equilibri naturali sono mantenuti, a guadagnarci sono i consumatori e anche gli agricoltori. Perché aria ed acqua pulite fanno crescere prodotti più buoni e più sani. Perché anche la presenza di animali e piante selvatiche aiuta a evitare la chimica nei campi, troppi pesticidi e troppi fertilizzanti artificiali.

Pensate alla coccinella: ne basta una per eliminare centinaia di afidi, evitando il ricorso a veleni di sintesi. Oppure al gufo: riesce a salvare, in maniera naturale, il campo dai piccoli roditori contro cui glia agricoltori sarebbero costretti a ricorrere a mezzi artificiali.

La ricchezza della natura, la biodiversità conviene, serve anche per  mantenere un’agricoltura sana e dei prodotti buoni da mangiare. La natura vale, insomma , non solo in se stessa, ma anche per le necessità di chi coltiva e di chi mangia i prodotti della terra.

Agricoltori, contadini ed allevatori hanno da sempre protetto gli equilibri naturali. Oggi possono continuare a farlo, soprattutto se le richieste dei consumatori diventano più attente a questi aspetti.

La scelta del cibo buono e naturale è un atto di importanza sociale, oltre che un piacere per chi lo compie. Possiamo farlo con un occhio attento alla biodiversità.

 

 

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Punto.Ponte ha detto:

    L’ha ribloggato su Punto.Ponte F&Be ha commentato:
    Occorre affermare che il territorio, le città e le risorse naturali che consentono la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili.

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