La Cascina Simonetto di Villarbasse ed il Genius Loci

“L’anima del luogo deve essere scoperta allo stesso modo dell’anima di una persona. E’ possibile che non venga rivelata subito. La scoperta dell’anima, ed il suo diventare familiare, richiedono molto tempo e ripetuti incontri”

James Hillman

IMG_0380Lo sguardo dei moderni sui luoghi tende a dimenticare ciò che quei luoghi sono stati ed a percepirli come identici a se stessi da sempre. Mentre qualunque luogo è profondamente carico di tutto ciò di cui la percezione umana lo ha riempito oltre che delle “cose” anche di quanto  gli stessi uomini hanno realizzato e sedimentato. Così come l’uomo nasce per essere “quell’uomo” (e non uno qualsiasi), con quelle caratteristiche, quell’indole, quel destino, così un luogo esiste perché ha in sé iscritta la propria, peculiare vocazione. Ecco, dunque, come l’idea di Genius Loci, seppur velata dalle nebbie del mito, può tornare utile a chi voglia accostarsi ad una più attenta e rispettosa “scienza dei luoghi” . Paesaggio 2  Il luogo, nel senso da noi inteso, è un spazio geografico unico ed irripetibile che, attraverso il tempo, è divenuto “storico, relazionale, identitario”, come spiega l’antropologo Marc Augé nel suo famoso saggio “Non luoghi”. Un luogo così inteso assume una sua precisa personalità o identità, capace di suscitare, in chi lo attraversi o lo osservi, emozioni, sensazioni, suggestioni non ripetibili.   Viceversa, un luogo che abbia perso queste qualità – sempre per colpa delle manomissioni o delle trasformazioni indebite dell’uomo – è un mero spazio anonimo, senza più identità, senza più memoria, un “non luogo” per l’appunto.   Quella dell’architetto o dello storico o del semiologo del paesaggio si trasforma dunque, in questo caso, in una delicatissima opera di “scavo” percettivo, che deve saper individuare nella sedimentazione profonda, celata nel “luogo”, brandelli di memorie, narrazioni, relazioni, identità, per recuperarne il Genius Loci e, se possibile, contribuire a farlo rivivere.  

E’ questo il lavoro che Marinella Grosa,  ha cercato di compiere tramite la narrazione della storia della cascina Simonetto – “La casa ritrovata – storia (e storie della cascina Simonetto di Villarbasse). Anche se a causa dell’avvenimento per il quale la cascina è entrata nella storia è di tutt’altro genere, legato alla “strage di Villarbasse” del 20 novembre 1945. L’evento noto per essere stato uno dei più efferati casi criminosi dell’immediato dopoguerra, rappresenta al contempo una pietra miliare nella storia del diritto penale italiano in quanto ultimo reato penale punito applicando la pena di morte in Italia, prima della sua abrogazione definitiva nel 1948.

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Rammentando anche la vasta opera prodotta sul paesaggio dal geografo Eugenio Turri, di cui si citano alcuni saggi, ( “Antropologia del paesaggio”, “Il Paesaggio e il silenzio”, “Il Paesaggio come teatro”, “Il Paesaggio degli uomini”), che, al pari di Augé, ha osservato come al paesaggio di un tempo, che mostrava i segni trepidi e misurati di un uomo intento ad un timoroso adattamento della propria opera modificatrice alle condizioni della natura, si contrappone oggi, nel dominio della complessità post-industriale e della tecnica, un’azione antropica che, al contrario, adatta a sè ed anzi soggioga ogni condizione naturale; talché l’uomo si è incamminato verso “l’atopia” ossia verso un mondo senza luoghi, senza legami topografici (“Il Paesaggio e il silenzio”). Sarebbe meglio  parlare, in questo caso, di “amnesia dei luoghi”, ossia di perdita di memoria dei luoghi (perché una memoria antica, talvolta ancestrale, di quegli stessi luoghi, un tempo vi è stata). In una doppia accezione: gli uomini – nelle società tecnologiche ormai in gran parte inurbati – hanno perso, da un lato, memoria dei luoghi (non solo di quelli naturali ma anche di quelli urbani), nel senso che i luoghi “non raccontano” loro più nulla; e i luoghi stessi, d’altra parte, hanno perso la loro stessa memoria, ossia la loro vocazione, o ancora, per tornare al nostro tema, il loro Genius Loci, che gli uomini, in questa situazione di cecità e di sordità autoindotte, non sono più in grado né di riconoscere né di ascoltare.  Paesaggio_Parrana_San_Martino La perdita della capacità di riconoscere l’identità dei luoghi (l’indifferenza) non è diversa dall’incapacità di riconoscere se stessi come individui sociali. La distruzione dei luoghi non è un incidente, un eccesso di voracità di qualcuno, ma un obiettivo intrinseco del sistema economico dominate: recidere le relazioni tra l’individuo, l’ambiente, gli altri da se.   Costringendo l’individuo nella sola dimensione produttiva/consumistica. Spaesamento, sradicamento sono effetti coerenti di una logica di dominio volta ad annichilire l’individuo. Così il territorio, spogliato dal paesaggio, sterilizzati i «genī loci», diventa strumento neutro del potere economico, liberamente cartografabile, per esercitare il potere, tracciare confini ed erigere muri dentro cui segregare i propri sudditi. pascolo Lo stesso processo di “annullamento dell’identità”  ed “amnesia dei luoghi” che investe le nostre città , investe, nello stesso tempo l’intero ambito territoriale. Per cercare di frenare e di porre un argine a questa ideologia ed ai paradigmi del neoliberismo bisogna ripensare alla questione del paesaggio e dei luoghi  non come qualcosa che compete esclusivamente alle istituzioni preposte alla loro tutela, o come un oggetto abbastanza astratto di cui si occupano l’estetica o la geografia, e neppure come la posta in gioco delle battaglie ecologiste.  Compete innanzitutto a chi vive ed abita questi luoghi. Il “paesaggio” non è un optional estetico o buono per lo sfruttamento turistico, ed eventualmente un vincolo e un ostacolo alla libertà di speculare e distruggere. Ciò che chiamiamo “paesaggio” sono i luoghi nei quali abitiamo, viviamo e dove, prima di noi altri hanno vissuto e, si spera anche dopo, altri potranno vivere e abitare. Alla fisionomia di un luogo o di una regione concorrono le segnature del passato, dal modo di differenziare i territori dell’abitazione e della coltivazione da quelli selvatici e boschivi, ai tipi di colture agricole, ai tracciati stradali, alle modalità del costruire, fino a ciò che chiamiamo “monumenti” e alle tracce architettoniche e topografiche più antiche.

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E’ un palinsesto complesso e sensibile di azioni, memorie, identità: si tratta di una sorta di diagramma del senso che una comunità o una cultura ha riconosciuto al proprio abitare, tramandandolo nella configurazione visibile del proprio paesaggio, rendendo visibile ai posteri l’amore e l’identificazione con la propria terra attraverso la cura rivolta ad essa lungo i secoli. E’ quanto ci permette di “sentirci a casa”, di riconoscerci nell’appartenenza a un ben preciso orizzonte, che non è mai soltanto il risarcimento estetizzante e momentaneo di una fruizione turistica, ma, appunto, il sentirsi parte di quella cultura e di quelle tradizioni che hanno informato di sé i luoghi, ricevendone in cambio possibilità e ricchezza simbolica. Ma come è possibile, oggi, nell’epoca della mondializzazione, pensare di preservare dall’ondata omologante la singolarità paesaggistica e identitaria dei luoghi?  Infatti la globalizzazione, che batte innanzitutto le strade dell’economia e della tecnica, ha ripercussioni evidenti anche a livello di organizzazione spaziale. La tendenza a rendere somiglianti tutti i luoghi del mondo, a dispetto delle loro diversità culturali e geografiche, è resa pressoché irresistibile dalla potenza livellante della tecnica: là dove essa arriva, tutte le forme dell’esistente subiscono una rifusione all’interno del suo linguaggio in-differente, il pluri-verso e la differenziazione si trovano ad essere più o meno rapidamente sostituiti dall’uni-formità, che spiana il terreno a quell’altra potenza di de-culturazione che è l’economia di profitto.

In nome delle presunte necessità della competizione economica, non solo i popoli extraeuropei sono stati deculturati e sradicati, ma anche il patrimonio culturale europeo e la ricchezza delle sue interne articolazioni hanno subìto un attacco devastante, dopo la riconfigurazione spaziale, spesso non rispettosa delle reali articolazioni identitarie e delle affinità culturali, operata dalla definizione territoriale degli stati nazionali.

D’altra parte tutto ciò non è che l’inevitabile conclusione dello sforzo tecnologico del secolo che si è ingegnato a fare dei luoghi una tabula rasa, utilizzando i territori come spazi amorfi nei quali dispiegare liberamente le strategie di pianificazione e di massimizzazione economica: in effetti gli strumenti a disposizione della tecnica sono così potenti da poter riconfigurare secondo piani interamente artificiali l’assetto dei luoghi, rendendoli funzionali alla logica dell’economico, che necessariamente deve astrarre dalla concreta particolarità delle situazioni: dunque la modernità tecno economica si è ingegnata a distruggere le particolarità morfologiche e culturali, e già da molti anni la progettazione del territorio avviene prescindendo dalle specificità effettive, spezzando la continuità di senso che individua un luogo lungo lo correre del tempo e disarticolando il tessuto complesso della sedimentazione territoriale che ne costituisce l’identità fisiognomica.

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Così quella che oggi si dà a vedere è un’immagine dei luoghi senza profondità né sostanzialità storica; nella migliore delle ipotesi un mero scenario, una rappresentazione estetica o una semplice segnaletica di valori storici, tradizionali e culturali per una rapida fruizione turistica (Augé). Occorre essere consapevoli di quali sono i prezzi da pagare in termini di identità qualora si assuma a dogma assoluto l’imperativo economico. Il presupposto dell’ideologia economicistica dello sviluppo è la libertà dai vincoli, compresi quelli rappresentati dalle specificità locali e dalle tradizioni culturali: la modernizzazione è stata appunto la violenza sradicante e livellante esercitata sull’intero pianeta in nome di un dogma economico che si è potuta realizzare con l’efficacia trasformatrice della tecnica. E’ sempre ancora questa la giustificazione accampata per le innumerevoli distruzioni perpetrate in suo nome, comprese quelle rivolte al “territorio”, concepito, in coerenza con i presupposti dell’ideologia economicistica, come qualcosa di indifferentemente appropriabile e manomettibile, o quelle rivolte contro il patrimonio culturale in nome della presunta inarrestabilità delle logiche economiche e degli imperativi della modernizzazione. Il “paesaggio” finisce allora per diventare quel fastidioso inciampo che, da parte loro, i responsabili della sua tutela (quando ci sono) spesso concepiscono nei termini di una museificazione dell’esistente o di un ripristino filologico e simulacrale di qualcosa che non esiste più, all’interno di una dinamica in cui le immagini finiscono per sostituirsi sempre di più al reale, virtualizzando e de-sostanzializzando il mondo: «Ora, i paesaggi contemporanei si organizzano secondo la modalità dell’immagine e del messaggio, sono univoci. Gli elementi che li costituiscono, non essendo ancorati nello spessore concreto del sito non si combinano più nello spazio ma si oppongono ai vuoti nel tumulto della loro dissonanza».  Nell’omologazione mondialista, invece, sono abrase le figure, e le forme vengono ridotte all’indifferenziato e all’intercambiabile, lo spazio concreto è ridotto alla sua astrazione manipolabile, in un linguaggio dell’uniformità che riflette la povertà significante di uno spazio concepito come dimensione della circolazione di persone e merci o della comunicazione di informazioni e tecnologie. Se ogni comunità o cultura deve poter mantenere le sue caratteristiche attraverso un senso di appartenenza ai luoghi, vorrà dire che occorrerà contemplare altri valori e altri criteri oltre a quello economico, che, se assunto nella sua assolutezza, agisce come elementarizzazione e imbarbarimento delle forme di vita, producendo innumerevoli scompensi, disagi e anche diseconomie.

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Da questo punto di vista il propugnare l’esclusivo valore dell’economia è il più sicuro mezzo per liquidare quello che resta delle identità regionali o locali. L’identità dunque, più che un’immobilità e un possesso automatico, è un ritornare presso di sé, ossia un costante e necessario ricollegarsi al proprio orizzonte culturale, ogni volta interpretandolo e rendendolo così sempre vivo e attivo, forza di trasformazione, ma anche di continuità senza la quale ogni identità sarebbe impossibile; dunque anche compito, elaborazione, cura di una dimensione senza la quale tutto non sarebbe che la barbarie regressiva e dissolvente della deculturazione, dello sradicamento, della perdita di orientamento e orizzonte. Proprio procedendo nella direzione di ricerca della memoria,  di riflessione poetica,  della “cura”  e guarigione delle ferite che a questa cascina sono state inferte, e che pone la cascina Simonetto in direzione oserei dire “ostinata e contraria” all’imperativo omologante, che la signora Marinella Grosa,  cerca di ridare nuovi impulsi, nuova linfa, nuova vitalità ed energia rigeneratrice, alla cascina Simonetto  ed al territorio di Villarbasse.    

Angelo Sofo    

www.cascinasimonetto.com

 

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