Sovranità alimentare a Milano: dalla presentazione della rivista al workshop

Questo il titolo dell’incontro organizzato dalla Società dei Territorialisti/e che si è tenuto  venerdì 6 marzo, dalle h. 16,30 alle ore 22,00 presso la Cascina Cuccagna che partendo dalla presentazione dei primi due numeri della rivista “Scienze del Territorio”, entrambi dedicati al “Ritorno alla terra” ed in cui si sono alternati nella presentazione Gianni Scudo, Sergio De la Pierre e Giorgio Ferraresi, hanno proseguito il workshop sul tema della sovranità alimentare con l’apporto ed il contributo di diversi attori sociali.

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A partire dal riconoscimento condiviso del ruolo strategico giocato dall’agricoltura come fattore di ricostruzione di territorio e di nuovo equilibrio tra città e campagna  giungendo – attraverso l’analisi parallela dei due movimenti convergenti della domanda sociale e della produzione di qualità locale – ad esiti teorici e a linee strategiche generali che, però, conservano sempre puntuali riscontri progettuali nella dimensione locale di  riorientamento in senso autosostenibile del modello e delle scelte dello “sviluppo”.

Partendo dalle “Visioni” e dal concetto di territorio come soggetto vivente che richiede l’intervento diretto delle scienze del territorio, che si occupano, da punti di vista diversi ma congruenti, degli stili e delle condizioni e di vita dell’umanità sulla terra. In prospettiva, la riflessione di queste scienze è finalizzata alla conversione ecologica, autosostenibile e territorialista della società e dell’economia come risposta strategica alla crisi: il tema di fondo intorno a cui si è costruita la Società dei territorialisti/e.

Insomma per dirla con Ferraresi un nuovo paradigma, che si contrapponga alla concezione neoliberista che vede il territorio come merce di scambio. Questa invadente ed insostenibile “dittatura della ragione strumentale” pone al centro della sua instaurazione il genocidio del mondo rurale e la liquidazione della fertilità complessa dell’attività primaria. Espropriando i “commons”, erodendo e marginalizzando il rurale e le sue culture, deportando i suoi abitanti.

L’approccio ecologico (teorie e pratiche) implica, uno spostamento di fondo di tipo epistemologico, un’altra dimensione del pensarsi e dell’agire rispetto alla dominante ragione strumentale ed al suo correlato tecnologico nella “produzione di cose/merci.

Pone al centro invece i mondi di vita e la ragione che li percorre , una razionalità comunicativa, relazionale che si esprime nella “cura”. Una ragione che accompagna ad un’altra scienza (della complessità) e un’altra antropologia fondate sulla consapevolezza dell’internità dell’osservatore al mondo osservato e della interazione dell’attore con il contesto/ ambiente, secondo processi non lineari: un’altra alleanza tra scienza e natura/vita.

Questo modo di concepire il mondo, questo punto di vista “interno”, riscopre la complessità del territorio e il suo valore nel coltivare e nutrire la vita, produrre cibo e governare i cicli ambientali, fertilizzare la terra. Tali sono i fondamenti di un progetto ecologico che restituisce significato fondamentale all’antico ruolo dell’agricoltura ma declinato come responsabilità presente e di futuro.

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L’obiettivo della sovranità alimentare a livello globale deve necessariamente fare perno sul suo perseguimento a livello locale. Questo non solo per una questione di coerenza complessiva, ma per definizione.
La Sovranità Alimentare , infatti, è praticabile solo se, progressivamente, diventa patrimonio dei popoli ed attuata dappertutto localmente, limitando (non eliminando) di conseguenza l’import/export (vedi Vandana Shiva con Navdanya) per realizzare innanzitutto la sicurezza alimentare dei popoli stessi.
E’ su questo piano che il DESR sta agendo, promuovendo filiere agroalimentari dalla produzione al consumo, capaci di costruire concretamente nel Parco Sud (il più grande parco agricolo d’Europa) una agrobiodiversità, che deve necessariamente stare alla base di qualsiasi percorso di sovranità alimentare, e improntate alla sostenibilità sia ambientale che economica.
In sostanza qui si propone un ulteriore livello per costruire neoagricoltura, che non si limiti, ad esempio, ai mercati contadini, in quanto essi, specie se non sono frutto di una partecipazione dal basso come i Gas (esempio positivo è quello della rete gas di Rho), costituiscono una cosa utile, ma di per sé non sono una soluzione.
Non dimentichiamo che i piccoli agricoltori difficilmente riescono a fare anche i commercianti, specialmente se vogliono conservare la loro identità contadina.
I mercati devono essere uno strumento finalizzato a strutturare percorsi di filiera per fare uscire dalla nicchia e dalla episodicità il movimento del consumo critico e di una neoagricoltura, che non dà, di per sé, certezze ai contadini, ma ha bisogno di organizzazione, di concretezza, di continuità, di consapevolezza sulle prospettive di cambiamento sociale.

Un altro aspetto importante e sul quale bisognerà riflettere e portare dei contributi è il ruolo delle politiche pubbliche.

Esse partono da una questione fondamentale ed a cui la politica dovrebbe ridare priorità, ma purtroppo in realtà non avviene. Nelle scelte e negli obiettivi politici non si dà al cibo il giusto posto che invece dovrebbe avere nell’ambito di queste priorità , ci si occupa di produrre ma non di nutrire.
Ed invece in questo senso dovrebbero andare le politiche locali insieme alle attività della società civile, per buona parte a costo zero, e per molti versi più avanti delle politiche nazionali e regionali. Dovrebbero occuparsi dei cittadini, delle persone che stanno dentro questi territori, dei beni primari ed il cibo in qualità non è affatto scontato, moriamo nel mondo occidentale di malattie legate ad una scorretta alimentazione, abbiamo un miliardo di obesi ed il 30% di spreco delle derrate alimentari.
Invece da parte della politica la priorità viene data alle grandi opere, alle infrastrutture, alle città smart e poco a questi temi. La Politica ha una grande responsabilità morale, quella di occuparsi del cibo non solo in quantità – abbiamo le nuove povertà all’interno delle nostre metropoli, l’accesso al cibo è un problema per una gran parte di cittadini delle nostre realtà occidentali – ma dovrebbe occuparsi del cibo anche in qualità poiché essa è fondamentale alla nostra sopravvivenza al pari dell’acqua e dell’aria.
La priorità deve essere data a queste tematiche, basterebbe pochissimo, si spendono di sanità delle cifre abnormi e l’80% delle malattie dipendono da una scorretta e cattiva alimentazione, senza parlare degli spazi verdi ceduti ad una indiscriminata cementificazione del territorio ed alla scarsa qualità ambientale.

Angelo Sofo

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