AGRICOLTURA – BIODIVERSITA’ AMBIENTALE E CULTURALE

Il quadro che emerge dalle statistiche e dagli studi ufficiali mette in evidenza la continuazione del processo di riduzione del numero delle aziende agricole, con un aumento della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) media per azienda ma una complessiva diminuzione della superficie utilizzata in agricoltura. Il censimento Istat 2010, inoltre, mostra un’agricoltura a prevalente carattere familiare, che con difficoltà opera un ricambio generazionale, seppure non manchino forme di dinamicità, tra cui l’aumento delle aziende condotte da donne o la tendenza alla diversificazione dell’attività e una maggiore attenzione al territorio e all’ambiente.
Tuttavia, il quadro presentato non rende conto della pluralità delle forme che la nostra agricoltura assume – come ormai anche molta letteratura scientifica ha iniziato a esplorare – e che solitamente sfuggono alle statistiche. Si tratta, in particolare di attività agricole (per autoconsumo, amatoriale, sociale, ecc.) di dimensioni ridotte per superficie utilizzata e reddito aziendale, capaci però di produrre effetti rilevanti di tipo economico, ambientale e sociale. Tali attività sono realizzate prevalentemente in aree urbane o peri-urbane, ma anche in aree agricole considerate marginali, coinvolgono persone occupate in altri settori produttivi o uscite dal mercato del lavoro (pensionati, disoccupati) e sono orientate prevalentemente, sebbene non esclusivamente, all’autoconsumo. Si tratta di un’agricoltura orientata verso la produzione di ortaggi, frutta, vite e olivo, e la loro trasformazione per uso domestico, ma anche, seppur in misura ridotta, finalizzata alla vendita diretta, lo scambio o il regalo. Questo tipo di agricoltura produce effetti rilevanti sul paesaggio agrario e sulla strutturazione delle città, e degli spazi periurbani per la sua capacità di presidiare il territorio, recuperarlo dall’incuria e dall’abbandono, restituirlo alle comunità locali.

La distinzione tra agricoltura come luogo di produzione di alimenti e città come luogo di consumo appare oggi semplicistica e riduttiva; all’agricoltura si riconosce oggi la capacità di produrre anche altri tipi di beni (ambientali, sociali, educativi, relazionali, ecc.) non sono in relazione e per la città; essa ha, infatti, riacquistato una sua autonomia come settore produttivo in grado di rispondere alle esigenze della società e di esprimere tutte le sue potenzialità. Questo non avviene sempre e in ogni luogo, ma è comunque possibile distinguere tendenze molto interessanti in più parti d’Italia. Volendo proprio trovare dei termini per descrivere in sintesi questa situazione potrebbero sembrare più appropriate parole come «contiguità» e «mescolanza», che rimandano a un insieme articolato e non sempre definito di tratti rurali e urbani, derivanti non solo dai fattori fisici (la strutturazione del territorio), ma anche dai elementi culturali propri di vecchi e neo rurali che esplicitano in varie forme e in vari luoghi la propria esigenza creativa (di valore economico, sociale ed ambientale) attraverso la valorizzazione della ricorsa terra.
Le dimensioni di questa relazione sono quindi molteplici e vanno da quella ambientale a quella sociale, da quella economica a quella culturale, fino ad arrivare alla dimensione della politica, in cui produttori e cittadini/consumatori si fanno attori consapevoli dello sviluppo del territorio e della comunità.

Le motivazioni sono economiche (autoconsumo e integrazione al reddito) e derivano in parte dalla crisi del modello agricolo convenzionale, ormai percepita anche dai consumatori. Esse, però, sembrano derivare anche da un diffuso senso di responsabilità verso l’ambiente e la società; ne sono un esempio alcuni progetti collettivi che riguardano la reintegrazione delle funzioni produttive della campagna alla città, la riqualificazione delle zone degradate, l’integrazione di fasce di popolazione emarginate, come gli anziani o gli immigrati.
Sono sempre di più gli amministratori che si rendono conto dell’importanza crescente che questa nuova agricoltura acquista per la gestione del territorio e per la coesione sociale. Ne è dimostrazione il numero crescente di iniziative di comuni che si mobilitano per il recupero di aree abbandonate o marginali attraverso l’assegnazione di spazi ad associazioni, cooperative, organizzazioni con l’obiettivo di riqualificare il territorio e offrire spazi ai cittadini.
LA POSTA IN GIOCO DELLE AGRICOLTURE SOSTENIBILI

E’ ormai chiaro che l’umanità ha bisogno di un paradigma alternativo di sviluppo agricolo che promuova un’agricoltura più solida in termini ecologici, bio-diversificata, resiliente, sostenibile e socialmente giusta. Base di questo nuovo paradigma è la moltitudine di sistemi agricoli dotati di razionalità ecologica messi a punto in centinaia di milioni di piccole aziende che oggi producono gran parte del cibo consumato nel mondo e lo fanno perlopiù senza input agrotecnici moderni. L’agroecologia rappresenta questo paradigma: un dialogo tra saperi agricoli tradizionali e scienze agrarie moderne che utilizza concetti e principi ecologici per progettare e gestire agroecosistemi sostenibili nei quali gli input esterni sono sostituiti da processi naturali.

La posta in gioco nelle agricolture sostenibili, e più specificamente in quelle agro-ecologiche, è la ricostruzione di beni comuni territoriali agricoli. I beni comuni non sono tali solo da un punto di vista meramente economico: si pensi ad alcune risorse naturali accessibili a tutti (come, ad esempio, le falde freatiche), ma per questa ragione esauribili e destinate, se le si vuole preservare, a una regolamentazione difficile ma non impossibile (Ostrom 2006, ed. or. 1990).

Sarebbe opportuno estendere questo concetto a tutti i tipi di beni e servizi – naturali o artificiali, materiali o immateriali, esauribili o non equamente accessibili o distribuiti – che contribuiscono a costruire l’identità del gruppo umano che li rivendica.

Un progetto di territorio può essere il luogo della costruzione di beni comuni agro-paesaggistici. Da una parte avremo, quindi, le risorse materiali (i suoli agricoli, i tipi di coltura e di allevamento, l’acqua, le tecnologie, la varietà biologica, i percorsi d’accesso ecc.), i prodotti agricoli e i servizi ambientali; dall’altra le risorse immateriali (in particolare le rappresentazioni mentali dei paesaggi e dei luoghi sotto forma sia di immagini che di descrizioni testuali).

Bisogna tenere a mente che i beni comuni paesaggistici territoriali sono soprattutto spazi agricoli per lo più privati, percepiti in un certo modo a partire dallo spazio pubblico (la strada, il sentiero, il belvedere). L’accessibilità visiva degli spazi agricoli può in effetti essere considerata come condizione imprescindibile per un possibile riconoscimento delle qualità formali e funzionali dei paesaggi da parte dei fruitori. Portatrici di valori paesaggistici che ognuno mette in gioco, queste “parti di territorio così come sono percepite dalle popolazioni” – secondo la definizione di paesaggio della Convenzione Europea – possono quindi essere riconosciute come multifunzionali e suscettibili di utilizzi diversi, vale a dire rispondenti alle differenti domande sociali formulate da una collettività posta di fronte o dentro un paesaggio.

 

Se gli agricoltori si orientano verso delle modalità di gestione agricola che forniscono un insieme di servizi agli abitanti e ai turisti, lo spazio in cui si muovono ( inteso come spazio da ‘vedere’ e da ‘vivere’ ) diventa un’opportunità, piuttosto che una limitazione come nelle economie agricole convenzionali.

Questi sistemi agroalimentari territorializzati riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie), contribuiscono a creare opportunità di accoglienza e di lavoro su base locale, alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.

 

L’evoluzione dei sistemi agricoli ha modellato nel tempo la struttura del paesaggio, creando habitat favorevoli a un gran numero di specie vegetali e animali, tra cui emergono quelle di interesse per la conservazione della biodiversità. Questi habitat costituiscono il cuore delle “aree agricole ad alto valore naturale” (AVN), ossia di aree agricole intrinsecamente ricche di biodiversità intesa come ricchezza di specie e complessità delle relazioni ecologiche esistenti. In questi ambienti l’agricoltura e l’attività zootecnica favoriscono il mantenimento di sistemi di habitat naturali e semi-naturali che spesso svolgono anche una funzione di connessione tra le aree protette, costituendo “punti sensibili” per la conservazione della biodiversità.

Tuttavia, negli ultimi decenni i processi di intensificazione dell’attività agricola e di abbandono delle aree rurali marginali hanno causato una continua riduzione di questa tipologia di aree, particolarmente vulnerabile ai cambiamenti, minacciando il delicato equilibrio tra agricoltura e biodiversità.

 

Tali processi di trasformazione hanno interessato anche le componenti paesaggistiche e agro-ambientali delle aree rurali. In particolare,  l’intensificazione e la specializzazione produttiva hanno comportato in molti casi la marginalizzazione di sistemi agricoli non competitivi, con fenomeni di dissesto idrogeologico e desertificazione ma anche con perdita di biodiversità.

Contrastare questi processi costituisce un’azione chiave per arrestare il declino della biodiversità e promuovere un modello di agricoltura a servizio della collettività.

Le “aree agricole ad alto valore naturale” sono riconosciute come quelle aree in cui “l’agricoltura rappresenta l’uso del suolo principale (normalmente quello prevalente) e mantiene o è associata alla presenza di un’elevata numerosità di specie e di habitat, e/o di particolari specie di interesse comunitario”.

Il patrimonio culturale dell’agricoltura è costituito dai beni materiali (attrezzi, edifici, varietà vegetali, razze animali) e dall’insieme delle conoscenze, dei valori, delle tradizioni (beni immateriali) che caratterizzato tale settore.

Anche il territorio, in quanto sistema nel quale si intrecciano natura e storia, può essere considerato patrimonio culturale, e, in quanto habitat dell’uomo, può essere considerato bene comune.

Questa visione così ampia del patrimonio culturale dell’agricoltura è emersa con chiarezza solo negli ultimi decenni.

Il settore agricolo, infatti, è stato a lungo dominato da una cultura produttivistica che ha dato spazio alla tecnologia, da molti considerata socialmente neutrale, e ha tenuto distanti gli aspetti socioculturali, considerati appannaggio delle società arretrate. Negli ultimi decenni, con l’affermazione in sede scientifica e politica del concetto di multifunzionalità, sono state riconosciute le valenze storiche, culturali e simboliche delle pratiche legate alla produzione agroalimentare. Allo stesso modo, introducendo il concetto di stile produttivo, che riconosce il ruolo dei fattori soggettivi (valori, esperienze, percezioni dell’agricoltore) nelle scelte che riguardano l’azienda, e quello di agricoltura come processo di co-produzione di uomo e natura, sono stati rivalutati gli elementi antropologici in relazione al comportamento degli attori economici, che non sono mossi esclusivamente da considerazioni di razionalità economica.

L’attenzione non è quindi più centrata sulle tecniche e sulle tecnologie che consentono di superare i limiti posti dalla natura, ma sulla contestualizzazione delle stesse al fine di esaltare il rapporto di co-produzione in relazione alla disponibilità di risorse e alle diverse modalità di utilizzo.

Di pari passo, si è andata riaffermando una visione dinamica della conservazione del patrimonio culturale agricolo, visto anche come leva per uno sviluppo locale sostenibile, e si sono sviluppate iniziative finalizzate alla riattivazione dei fattori culturali, che hanno stimolato il senso del luogo e l’azione comunitaria sull’uso delle risorse ambientali e culturali locali a partire dalla produzione agroalimentare. Sono cresciute, inoltre, iniziative di diversificazione dell’attività agricola (circuiti agrituristici, enogastronomici e scuole in fattoria) che permettono di entrare direttamente a contatto con le realtà rurali, valorizzando sia gli aspetti materiali sia quelli immateriali.

Le pratiche alimentari hanno sempre avuto un ruolo significativo nel distinguere le identità individuali e collettive e oggi – a seguito delle recenti trasformazioni economiche e sociali – sembrano assumere una valenza più pronunciata che in passato, determinata anche dalla fine della scarsità alimentare in Occidente.

 

È’ ormai consapevolezza diffusa in tutta Europa, oltre che in diverse pratiche amministrative e di pianificazione del nostro paese, che la salvaguardia attiva del territorio aperto contiguo alle aree urbane costituisce un fattore strategico per la sostenibilità dello sviluppo urbano stesso e per la qualificazione dell’ambiente insediativo, dal punto di vista ambientale, paesaggistico, culturale ed anche agro alimentare.

 

Questa consapevolezza si concretizza in una crescente domanda, da parte degli abitanti urbani, di ricostituire e valorizzare i legami culturali ed identitari con il territorio aperto attraverso nuove opportunità e servizi connessi al recupero non solo di nuove possibilità di fruizione ma anche di beni alimentari tipici, tracciabili e “sicuri” nel loro percorso produttivo, e quindi nel tentativo di ricostituire nuove “filiere corte” fra produzione e consumo.

Se a questo si aggiunge il ruolo fondamentale svolto da un “presidio agricolo” qualificato nel mantenere “in cura” ampie parti di territorio, prevenendo così rischi ambientali; idrogeologici, idraulici, atmosferici, climatici dovuti alla crescente pressione della urbanizzazione, è possibile attribuire un legittimo ruolo multifunzionale all’attività agricola, che supera la semplice produzione alimentare secondo i modelli “produttivisti”, e che ne evidenzia la funzione di produttrice di “beni pubblici” extramercato.

 

FENOMENI MIGRATORI NELLE CAMPAGNE ITALIANE

Nell’Unione Europea circa due milioni di lavoratrici e lavoratori sono occupati a tempo pieno nell’agricoltura e nella silvicoltura rurale. oltre quattro milioni sono invece occupati precari, di norma ingaggiati per compensare picchi lavorativi stagionali. La durata del loro impegno può andare da pochi giorni ad otto mesi. Si stima che due terzi degli stagionali siano lavoratori migranti, che migrano cioè sia a livello nazionale che transnazionale dal loro domicilio al luogo di lavoro. La maggior parte di essi migrano si spostano all’interno dell’Unione Europea. Dati recenti ci dicono che in Italia esistono circa 1,7 milioni di aziende agricole, di queste 200.000 assumono salariati. Ci sono 1,3 milioni di salariati in agricoltura. Il numero dei salariati permanenti è di 100.000 unità, di questi 19.000 sono di provenienza extracomunitaria. Negli ultimi 5 anni gli stessi dati ci dicono che il numero di lavoratori permanenti diminuisce, mentre il numero degli stagionali aumenta: nel 2008 sono stati registrati 927.000 contratti di lavoro stagionale, di cui 97.000 stagionali con cittadini extracomunitari.

 

L’Italia autorizza una quota di 80.000 lavoratori stagionali extracomunitari all’anno, di cui 70.000 per l’agricoltura e 10.000 per il turismo. Numerosi stagionali stranieri effettuano 2 o 3 contratti di lavoro in successione presso 2 o 3 datori di lavoro, questo spiega la differenza fra i 97.000 contratti e le 70.000 persone fisiche. Se parliamo però dei migranti che giungono da paesi che fanno parte dell’Unione Europea i numeri si complicano.

Ad esempio fonti ministeriali indicano come in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori cittadini rumeni, moltissimi dei quali lavorano in agricoltura e non rientrano nelle quote dei lavoratori “autorizzati” visto che sono ‘comunitari’. Gli stagionali extracomunitari sono originari di diversi paesi: Bangladesh, India, Albania, Pakistan, Malawi, Tunisia, Sri Lanka, stati del’ex-Jugoslavia, stati del Maghreb e dell’Africa subsahariana. Il 50% dei lavoratori stagionali vengono assunti nelle tre regioni del Sud: Puglia, Sicilia e Calabria.

 

La presenza dei migranti nelle aree rurali sta producendo importanti trasformazioni funzionali ad una nuova stratificazione sociale basata sullo sfruttamento e sulla rendita parassitaria, ma anche sulla gestione della diversità, oltre a sostenere il processo di intensificazione dell’agricoltura o a supportarne la riproduzione.

La presenza straniera costituisce un elemento molto rilevante del vissuto rurale. Il multiculturalismo cambia non soltanto il paesaggio urbano, ma anche quello rurale. Lo scenario multietnico delle campagne meridionali fa registrare, anche, un insieme di azioni intersoggettive che prendono forma attraverso la mediazione delle reti etniche e del volontariato.

Uno scenario che avvalora la tesi che il Mezzogiorno – per ragioni socio-antropologiche, ma anche per gli effetti della crisi che ha colpito l’economia del Centro-Nord – è, sempre di più, oltre che terra di approdi e di transito, un luogo dove i migranti scelgono di risiedere e tentano di costruire un loro progetto di vita, il che rappresenta una nuova sfida per le politiche sociali del Sud.

Dopo il grande esodo rurale, le campagne italiane sono in continuo movimento, dopo il riassestamento abitativo delle aree agricole più vicine ai centri urbano-industriali, si assiste ad un fenomeno nuovo: l’arrivo nelle campagne di lavoratori stranieri. Le ragioni principali sono note: bisogno di assistenza domestica e infermieristica per popolazioni rurali piuttosto vecchie, esigenza delle aziende agricole di prestazioni di lavoro stagionali o di lavori ultra-stabili come quello negli allevamenti, relativa disponibilità di abitazioni a basso costo, almeno laddove la campagna non è stata raggiunta dalla peri-urbanizzazione. Inoltre, sembra che una comunità, se ben organizzata e dotata di reti consolidate di volontariato (ad esempio, un servizio anti-incendio, una corale, una banda comunale) sia meno soggetta a sviluppare sindromi di paura e di rifiuto degli stranieri e più disposta alla solidarietà e alla loro integrazione che non l’ambiente anonimo delle grandi città dove è più facile che si innestino processi di ghettizzazione.

Qualcuno ha avanzato la proposta di dare ai rifugiati una chance per tentare un parziale ripopolamento delle zone montane abbandonate dalla popolazione autoctona, scesa verso le coste e la pianura. Lo spopolamento delle zone alpine e appenniniche, ed in generale delle aree interne  che non sono riuscite a riconvertirsi al turismo è un fenomeno reale ed è, oltretutto, una delle cause del dissesto idro-geologico di ampie zone del territorio.

In Liguria, basta inoltrarsi poche decine di chilometri dalla costa che si trovano interi paesi quasi, se non del tutto, disabitati e ad ogni stagione di piogge scendono immancabilmente molte frane che contribuiscono ulteriormente a rendere il territorio inabitabile. L’agricoltura montana è praticamente abbandonata, anche quando potrebbe forse ancora giocare un certo ruolo con produzioni di nicchia di elevato valore aggiunto (si pensi, nel caso ligure, alla vite, all’ulivo, ai frutti di bosco). Ma non c’è più nessuno che voglia lavorare la terra e, soprattutto, mantenere quella rete minuta di manufatti (terrazzamenti, scoli delle acque, ecc.) che rendono possibili le colture.

In questi luoghi ci sono moltissime abitazioni vuote e abbandonate, alcune irrimediabilmente diroccate, altre facilmente restaurabili che potrebbero accogliere una popolazione, soprattutto famiglie, che, opportunamente addestrata e organizzata, garantirebbe una parziale rinascita di territori altrimenti destinati al degrado.

E’ facile immaginare le difficoltà, gli ostacoli e le resistenze che una proposta del genere incontrerebbe nel suo cammino. Chi ha una certa familiarità con il mondo della montagna sa bene come sia difficile integrare degli estranei nelle comunità autoctone. E poi le abitazioni, ancorché abbandonate, e i terreni hanno pur sempre ancora dei proprietari che in qualche modo dovrebbero essere coinvolti, convinti e probabilmente incentivati. E tra gli immigrati non tutti sarebbero adatti a questo tipo di attività e probabilmente alcuni si rifiuterebbero di impegnarsi nel progetto. Insomma, può essere una bella idea, ma difficilmente realizzabile. Però, ci sono due problemi di fronte ai quali non ci si può tirare indietro: la presenza di flussi cospicui di immigrati che si può prevedere fin d’ora non potrà essere interrotta, da un lato, e il degrado-dissesto di gran parte del territorio italiano dalle Alpi alla Sicilia, dall’altro lato.
Si presenta per le campagne una nuova questione sociale, dopo che quella antica dei locali (povertà, insalubrità delle abitazioni, scarso accesso all’istruzione, debole rete dei servizi, proletariato agricolo ecc.) era ormai scomparsa. Il problema è garantire ai nuovi arrivati condizioni di vita eque, in particolare la tutela del lavoro, un alloggio dignitoso, l’accesso ai servizi e un minimo di accettazione sociale .

In queste vi è il rischio di un più accentuato dualismo fra i locali, saldamente in possesso dei fattori di produzione e delle professioni extra-agricole, e gli immigrati, praticamente confinati nella posizione di braccianti. Ciò vale in particolare per le aree in cui vi sono gli allevamenti intensivi, aree che corrispondono in particolare ad alcune fasce lungo il Po e a singoli comuni dove vi sono gli allevamenti avicoli.
La particolare relazione di produzione che si stabilisce in queste aree ha risvolti sociali molto rilevanti. Si tratta abbiamo detto di lavorazioni ultra-stabili in termini spazio-temporali. Ciò induce una presenza altrettanto stabile di immigrati che tendono a portare con se la famiglia. La struttura per età dei piccoli comuni dove hanno sede tali allevamenti risulta profondamente modificata nel senso che si registra una massiccia presenza di bambini figli di immigrati nelle scuole primarie con qualche tensione con le famiglie dei bambini autoctoni. La questione è numerica, per ora non sembra riguardare la qualità delle relazioni o pregiudizi culturali. Ma si sa che la quantità finisce per influire sulla qualità. Quindi, rapporti di produzione particolari portano a conseguenze ampie sul versante dei servizi e della convivenza. Nelle aree rurali caratterizzate da insediamenti con piccoli numeri e con popolazione vecchia, il distacco con le giovani famiglie di immigrati con prole numerosa è destinato ad ampliarsi.

A fronte di questa peculiare situazione delle campagne italiane, le politiche sono di tre tipi: vi sono le norme a tutela dei lavoratori agricoli stagionali e non, che sono molto rigorose e non danno spazio a discriminazioni dei lavoratori stranieri. Rispetto a ciò, i controlli e le verifiche sul campo sono assai blande, carenza questa che vale per tutti i luoghi di lavoro. Le cifre relative all’ingaggio illegale di lavoratori sono enormi, più ampie nel settore ortofrutticolo e meno in quello lattiero-caseario e degli allevamenti intensivi. La struttura aziendale frammentata dell’agricoltura italiana in questo caso non aiuta perché induce un precariato diffuso.
Vi sono iniziative locali puntuali di sostegno all’accesso all’abitazione per i lavoratori stranieri. Si tratta di case alloggio per gli stagionali e di piccoli aiuti per quegli stranieri in grado di acquistare e ristrutturare casolari di campagna. In genere, sono casi di welfare mix nel senso che vedono la compartecipazione di enti locali, associazioni di volontariato e degli stessi agricoltori. Esempi virtuosi sono segnalati anche al sud, dove il ricatto occupazionale viene sostenuto da condizioni abitative particolarmente precarie. Infine, ancora più raro è il caso di corsi di formazione rivolti in special modo a stranieri. Misure di sostegno alla mobilità dei lavoratori permetterebbero di ridurre il ricatto abitativo a fronte di un buon lavoro in campagna o, viceversa, il ricatto lavorativo in presenza di una buona sistemazione abitativa in area rurale.

Un’area che resta tutta da esplorare riguarda le politiche di sviluppo rurale. Queste non sono state pensate finora per possibili immigrati stranieri. Essendo basate sul principio della partnership fra attori agricoli ed extra-agricoli, fra aree rurali e non, si dovrebbe ampliare il loro raggio di competenza, includendo anche le reti degli immigrati. Ciò potrebbe portare a inedite opportunità per le campagne: progetti di cooperazione internazionale con le aree rurali da cui provengono gli immigrati, una multifunzionalità ancora più ampia dell’agricoltura italiana, allorquando gli immigrati si prestano ad integrare il lavoro agricolo con servizi ambientali, incremento dell’offerta enogastronomica grazie a pratiche e ricette nuove, così come succede nelle città con i frequentati ristoranti etnici.

Angelo Sofo

 

 

 

 

 

 

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...