Aspromonte tra Spopolamento e Valorizzazione del Territorio

Finalmente una occasione, più volte rimandata per vari motivi, visitare l’area greganica della parte sud della Calabria, in particolare la zona tra la montagna e la costa jonica in provincia di Reggio Calabria. La partenza dal mio paese: Sant’Eufemia d’Aspromonte ai piedi dell’Aspromonte sulla parte occidentale, all’interno della costa tirrenica. Percorsa la parte finale della Salerno – Reggio Calabria, continuiamo il tragitto attraverso la SS 106 Jonica verso Taranto fino all’uscita di Anna’ nei pressi di Melito Porto Salvo, e ci dirigiamo verso l’interno avendo come meta il borgo di Pentedattilo.

 

Arriviamo nel piazzale in alto verso le 9:30, parcheggiata la macchina ci accorgiamo dal fumo che sovrasta le rocce,  i grossi pinnacoli di arenaria,  che qualcosa non va, infatti,  i pochi volontari insieme al personale della protezione civile presenti sono indaffarati a cercare di spegnere l’incendio o quantomeno minimizzare  i danni. Riusciamo comunque ad effettuare una visita alla canonica ed al borgo.  Lo spettacolo che ci si para davanti è qualcosa di fantastico, abbarbicato sulla collinetta il borgo, tutt’intorno un paesaggio mirabile che sembra uscito da un’antica foto ritoccata a seppia. Sullo sfondo il mare e la cima dell’Etna. Abbiamo avuto uno scambio di battute con alcuni volontari che animano questo borgo, che ci hanno raccontato del lento, duro ma soddisfacente lavoro da parte dell’associazione “Pro Pentedattilo”, che cura l’ospitalità diffusa,  ed organizza escursioni in tutta l’area greganica  di cui fanno parte insieme ai tanti volontari anche stranieri che durante la stagione estiva si danno il cambio per cercare di rianimare questo borgo, come altri borghi nella zona disabitati, e dell’associazione “Vicoli dell’Arte” una associazione che cura una serie di laboratori artigianali, laboratori didattici,  corsi di intaglio del legno.  Ci siamo detti che di sicuro, tempo e distanza permettendo, ci saremmo rivisti e che nel frattempo avrei cercato di scrivere di questo incontro.

Cercherò quindi, per quanto mi possa riuscire, di unire in questo articolo vari pezzi, che come un mosaico possano ricomporsi e dare un senso più ampio ad un articolo di cui è finalmente giunto il tempo di scrivere, in questo pezzo mi sono fatto aiutare dagli scritti di alcuni ricercatori, che come me nutrono un profondo attaccamento al turismo sostenibile ed a questa terra che ha bisogno di essere accudita, raccontata e rivitalizzata, lontana però da un modello turistico massificato e consumistico, partendo da un tema a me molto consono, il territorio ed un certo tipo di agricoltura ancorato fortemente al paesaggio.

I sistemi agricoli territorializzati

Un progetto di territorio può essere il luogo della costruzione di beni comuni agro-paesaggistici. Da una parte avremo, quindi, le risorse materiali (i suoli agricoli, i tipi di coltura e di allevamento, l’acqua, le tecnologie, la varietà biologica, i percorsi d’accesso ecc.), i prodotti agricoli e i servizi ambientali; dall’altra le risorse immateriali (in particolare le rappresentazioni mentali dei paesaggi e dei luoghi sotto forma sia di immagini che di descrizioni testuali).

Bisogna tenere a mente che i beni comuni paesaggistici territoriali sono soprattutto spazi agricoli  percepiti in un certo modo a partire dallo spazio pubblico (la strada, il sentiero, il belvedere). L’accessibilità visiva degli spazi agricoli può in effetti essere considerata come condizione imprescindibile per un possibile riconoscimento delle qualità formali e funzionali dei paesaggi da parte dei fruitori. Portatrici di valori paesaggistici che ognuno mette in gioco, queste “parti di territorio così come sono percepite dalle popolazioni” – secondo la definizione di paesaggio della Convenzione Europea – possono quindi essere riconosciute come multifunzionali e suscettibili di utilizzi diversi, vale a dire rispondenti alle differenti domande sociali formulate da una collettività posta di fronte o dentro un paesaggio.

 

Se gli agricoltori si orientano verso delle modalità di gestione agricola che forniscono un insieme di servizi agli abitanti e ai turisti, lo spazio in cui si muovono ( inteso come spazio da ‘vedere’ e da ‘vivere’ ) diventa un’opportunità, piuttosto che una limitazione come nelle economie agricole convenzionali.

 

Questi sistemi agroalimentari territorializzati riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie), contribuiscono a creare opportunità di accoglienza e di lavoro su base locale, alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.

 

L’evoluzione dei sistemi agricoli ha modellato nel tempo la struttura del paesaggio, creando habitat favorevoli a un gran numero di specie vegetali e animali, tra cui emergono quelle di interesse per la conservazione della biodiversità. Questi habitat costituiscono il cuore delle “aree agricole ad alto valore naturale” (AVN), ossia di aree agricole intrinsecamente ricche di biodiversità intesa come ricchezza di specie e complessità delle relazioni ecologiche esistenti. In questi ambienti l’agricoltura e l’attività zootecnica favoriscono il mantenimento di sistemi di habitat naturali e semi-naturali che spesso svolgono anche una funzione di connessione tra le aree protette, costituendo “punti sensibili” per la conservazione della biodiversità.

Tuttavia, negli ultimi decenni i processi di intensificazione dell’attività agricola e di abbandono delle aree rurali marginali hanno causato una continua riduzione di questa tipologia di aree, particolarmente vulnerabile ai cambiamenti, minacciando il delicato equilibrio tra agricoltura e biodiversità.

 

Tali processi di trasformazione hanno interessato anche le componenti paesaggistiche e agro-ambientali delle aree rurali. In particolare,  l’intensificazione e la specializzazione produttiva hanno comportato in molti casi la marginalizzazione di sistemi agricoli non competitivi, con fenomeni di dissesto idrogeologico e desertificazione ma anche con perdita di biodiversità.

Contrastare questi processi costituisce un’azione chiave per arrestare il declino della biodiversità e promuovere un modello di agricoltura a servizio della collettività.

Di pari passo, si è andata riaffermando una visione dinamica della conservazione del patrimonio culturale agricolo, visto anche come leva per uno sviluppo locale sostenibile, e si sono sviluppate iniziative finalizzate alla riattivazione dei fattori culturali, che hanno stimolato il senso del luogo e l’azione comunitaria sull’uso delle risorse ambientali e culturali locali a partire dalla produzione agroalimentare. Sono cresciute, inoltre, iniziative di diversificazione dell’attività agricola (circuiti agrituristici, enogastronomici e scuole in fattoria) che permettono di entrare direttamente a contatto con le realtà rurali, valorizzando sia gli aspetti materiali sia quelli immateriali.

La presenza dei migranti nelle aree rurali sta producendo importanti trasformazioni funzionali ad una nuova stratificazione sociale basata sullo sfruttamento e sulla rendita parassitaria, ma anche sulla gestione della diversità, oltre a sostenere il processo di intensificazione dell’agricoltura o a supportarne la riproduzione.

La presenza straniera costituisce un elemento molto rilevante del vissuto rurale. Il multiculturalismo cambia non soltanto il paesaggio urbano, ma anche quello rurale. Lo scenario multietnico delle campagne meridionali fa registrare, anche, un insieme di azioni intersoggettive che prendono forma attraverso la mediazione delle reti etniche e del volontariato.

Uno scenario che avvalora la tesi che il Mezzogiorno – per ragioni socio-antropologiche, ma anche per gli effetti della crisi che ha colpito l’economia del Centro-Nord – è, sempre di più, oltre che terra di approdi e di transito, un luogo dove i migranti scelgono di risiedere e tentano di costruire un loro progetto di vita, il che rappresenta una nuova sfida per le politiche sociali del Sud.

 

Dopo il grande esodo rurale, le campagne italiane sono in continuo movimento, dopo il riassestamento abitativo delle aree agricole più vicine ai centri urbano-industriali, si assiste ad un fenomeno nuovo: l’arrivo nelle campagne di lavoratori stranieri. Le ragioni principali sono note: bisogno di assistenza domestica e infermieristica per popolazioni rurali piuttosto vecchie, esigenza delle aziende agricole di prestazioni di lavoro stagionali o di lavori ultra-stabili come quello negli allevamenti, relativa disponibilità di abitazioni a basso costo, almeno laddove la campagna non è stata raggiunta dalla peri-urbanizzazione. Inoltre, sembra che una comunità, se ben organizzata e dotata di reti consolidate di volontariato  sia meno soggetta a sviluppare sindromi di paura e di rifiuto degli stranieri e più disposta alla solidarietà e alla loro integrazione che non l’ambiente anonimo delle grandi città dove è più facile che si innestino processi di ghettizzazione.

Lo spopolamento delle zone alpine e appenniniche, ed in generale delle aree interne  che non sono riuscite a riconvertirsi al turismo è un fenomeno reale ed è, oltretutto, una delle cause del dissesto idro-geologico di ampie zone del territorio. L’agricoltura montana è praticamente abbandonata, anche quando potrebbe forse ancora giocare un certo ruolo con produzioni di nicchia di elevato valore aggiunto (si pensi, alla vite, all’ulivo, ai frutti di bosco). Ma non c’è più nessuno che voglia lavorare la terra e, soprattutto, mantenere quella rete minuta di manufatti (terrazzamenti, scoli delle acque, ecc.) che rendono possibili le colture. In questi luoghi ci sono moltissime abitazioni vuote e abbandonate, alcune irrimediabilmente diroccate, altre facilmente restaurabili che potrebbero accogliere una popolazione, soprattutto famiglie, che, opportunamente addestrata e organizzata, garantirebbe una parziale rinascita di territori altrimenti destinati al degrado.(1)

Transizione e nuove pratiche turistiche

La conservazione delle aree interne, e la loro valorizzazione a fini turistici, non risponde soltanto ad istanze di tipo ambientale (tutela del paesaggio), etico-culturale (tutela dei patrimoni) ed estetico (tutela dei paesaggi) ma si dovrebbe porre soprattutto come strumento di programmazione territoriale che punti all’autosostenibilità dello sviluppo. Gli attori sociali del territorio (amministratori, operatori turistici, operatori culturali, agricoltori, pubblici cittadini) infatti sono gli unici in grado di condurre il processo di costruzione del prodotto turistico-ambientale attraverso l’individuazione, la valorizzazione e la promozione di una serie di componenti valide ad alimentare e a supportare la catena del valore turistico.

I percorsi partecipativi risultano assolutamente cruciali nella messa a punto di strategie e di metodologie per la rivitalizzazione (anche turistica) di questi luoghi e diventano quindi condizione necessaria per il successo delle politiche di sviluppo. Negli ultimi anni la svalutazione – e forse il superamento – del turismo di massa, con la crescita di nuove motivazioni trainanti le scelte turistiche, hanno aperto il varco a quella che, mutuando da Garrod (2006), potremmo definire transizione del turismo, un processo in atto e, insieme, un cambiamento di paradigma che stanno portando alla riorganizzazione territoriale dell’offerta. La base di partenza dell’intero ragionamento teorico muove dai cambiamenti che hanno interessato e che stanno tuttora interessando la fenomenologia turistica e le modalità di fruizione del tempo libero. Orientamenti legati alla modernizzazione riflessiva (Beck et al. 1994), una maturata sensibilità per i luoghi più remoti e meno frequentati, (…..). Si affermano così nuove pratiche, sensibili non solo alla differenziazione e alla ricerca di distinzione (Baudrillard, 1974; Bourdieu, 1979) ma anche all’approfondimento del valore esperienziale (Pine e Gilmore, 1999), ai tema della “autenticità” (Salvatore 2006; Lindholm 2008), della lentezza (Dickinson e Lumsdon 2010; Salvatore 2013) e della responsabilità etica (Zaccai, 2007). Siamo ormai soliti immaginare il viaggiatore contemporaneo “idealtipico” come un soggetto sempre più attivo in termini di conoscenza, interessato non solo a visitare i luoghi ma anche a godere dei paesaggi, a scoprire, ad apprendere e a fare esperienza della vita quotidiana che intimamente vi scorre. Questa nuova complessità ha dato a molte aree periferiche la possibilità di “diventare turistiche”, ossia di ricercare opportunità di sviluppo connesse ai flussi di visitatori, in grado di ri-attivare in chiave innovativa le risorse locali e di prefigurare in questo modo una fuoriuscita dalla crisi delle economie rurali tradizionali. Si vanno quindi affermando “nuovi protagonismi locali” (Savelli, 2004), in cui le comunità, facendosi interpreti di una domanda sempre più esigente in termini di qualità ambientale e culturale del soggiorno, sono chiamate a re-inventare i luoghi in cui vivono/operano, in modo tale da poter offrire prodotti vacanzieri differenziati ed integrati in grado di stimolare l’attrattività e di superare il monotematismo tipico del turismo di massa.

 

Riconsiderare le aree interne nella loro forza attrattiva significa di fatto superare un paradigma che struttura i luoghi in termini di centro-periferia, per porsi invece su una dimensione più orizzontale, di tipo reticolare, tesa a trovare il modello più appropriato di gestione e di organizzazione dell’offerta all’interno di ogni singola destinazione, secondo un principio che potremmo definire di “equità territoriale”. Non si tratta perciò di porre in essere in queste aree una capacità difensiva unicamente finalizzata a frenare il consumo di suolo e a tutelare l’ambiente, quanto piuttosto di mettere in campo una “conservazione proattiva di paesaggio” (Salvatore 2015) basata sul principio di co-evoluzione tra luogo, identità, popolazione residente ed economia turistica. Ciò significa optare per uno sviluppo turistico che miri a riattivare le peculiarità e le unicità del territorio, diventando la base per una nuova alleanza multidimensionale tra città e campagna, come soggetti vivi e in continua interazione tra loro (Magnaghi 2012). Nella Strategia nazionale per le aree interne (Snai), il turismo sostenibile viene considerato come uno degli elementi di attivazione, insieme ai sistemi agro-alimentari, alle filiere locali del cibo, di energia rinnovabile, al saper fare e all’artigianato, dei processi di sviluppo locale in grado di invertire il trend di spopolamento, obiettivo finale della strategia stessa (Dps, 2013).

 

Occorre affrontare le problematiche inerenti l’organizzazione territoriale dell’offerta e la sua gestione, aspetti fondamentali affinché la effettiva crescita di posti letto, proprio laddove la popolazione continua a diminuire, possa poi tradursi in riposizionamento dei flussi e in rivitalizzazione delle economie locali. Riorganizzare l’offerta significa individuare nuove strategie in grado di porre maggiore attenzione sulle condizioni sociali e biofisiche desiderabili e/o appropriate per le destinazioni più fragili; e nello stesso tempo ricercare strumenti più integrati per gestire il processo di cambiamento. In altre parole, occorre attivare un percorso di progettazione più mirato – e necessariamente di tipo “partecipativo” – che invita tutti i portatori di interesse a chiedersi che tipo di offerta si può progettare, senza perdere di vista il più fondamentale degli obiettivi dello sviluppo turistico delle aree interne, ossia quello di favorire il welfare delle comunità ospitanti a medio e lungo termine.” (2)

 

Aspromonte tra spopolamento e valorizzazione del territorio.

L’Aspromonte è indubbiamente un’area marginale ed arretrata rispetto a numerosi indicatori qualitativi e quantitativi di natura socio-economica. Se la costa è segnata e spesso deturpata da una cementificazione incontrollata, le zone montuose dell’interno presentano ben noti caratteri di marginalità, isolamento, spopolamento, scarso controllo del territorio.
Eppure questo territorio, per le sue caratteristiche strutturali, è adatto come pochi altri nel Mezzogiorno a un modello di sviluppo rurale sostenibile. La valorizzazione delle risorse (naturali, paesaggistiche, culturali, sociali ed umane) e delle conoscenze locali, recuperate, acquisite e trasformate nel quadro di percorsi di sviluppo sostenibile è il filo conduttore di un possibile progetto di rivitalizzazione del territorio e di possibili risposte positive ad un processo di spopolamento delle aree interne.
Per millenni ha sbarrato il passo al nemico. Ha alzato vette e dirupi, nascosto le vie. Ha cinto dentro una fortezza inespugnabile la sua gente. Ha conservato i suoi e se stesso. Oggi ai pochi che sono rimasti e a quelli che ritornano, mostra una nuova via. L’Aspromonte da aspro che era diventato torna a essere il monte lucente dell’origine. Ridà bellezza e opportunità a chi le voglia e le sappia cogliere. Sfronda i roveti dai suoi sentieri intricati e apre le sue porte agli amici. E da qualunque parte ci si arrivi, dallo Jonio o dal Tirreno, da Reggio o da Serra San Bruno, quello che si scopre è un tesoro di bellezza e di risorse, entrambe pressoché inesplorate. La gioia di paesaggi fiabeschi e l’opportunità di risorse intense. Tutte da cogliere con cautela, usando il rispetto che il gigante merita e pretende. Vette, boschi, torrenti e falesie che girano intorno a Montalto. Borghi abbandonati da far rivivere, terra rossa grassa da ingravidare, mestieri e selciati da rispolverare.

L’Aspromonte è un paradiso in sembianze d’inferno, un fico d’india da sbucciare. Un polmone verde, un posto mistico e misterioso che porta l’esotismo nel cuore del continente europeo. Un Signore che ha attraversato i millenni e ci può aiutare ad affrontare il tempo a venire e da difensore si dona per attaccare i tempi nuovi che si presentano duri. Un’occasione da cogliere, una delle poche che hanno i calabresi, che possono diventare comunità intorno alla loro montagna smettendo di essere reggini, locridei o della piana. L’Aspromonte è un patrimonio comune sul quale ragionare insieme. Oltre a godere delle sue bellezze ci si deve dedicare a un suo utilizzo in chiave economica, per un programma che lo mantenga integro ma dia ai calabresi le risorse necessarie a restarci in Calabria. Dal turismo, all’agricoltura biologica, allo sviluppo energetico. Dall’uso del legno a quello dell’acqua. Dall’allevamento compatibile a un suo ripopolamento umano razionale. Migliaia di chilometri quadrati di montagna completamente abbandonati che possono e devono essere recuperati a una funzione sociale. Un progetto da ideare e attuare insieme a chi ci stia.

Valorizzazione risorse naturali, culturali, e turismo sostenibile.

Nelle aree interne l’ambiente è un contenitore di valori che ne tratteggiano le caratteristiche, come il paesaggio e il patrimonio di biodiversità animale e vegetale. La preservazione dell’ambiente è mirabilmente legata alla pratica misurata e sapiente di attività umane, la cui presenza è necessaria per assicurarne la conservazione, a cominciare da un’agricoltura rispettosa del territorio, capace di valorizzare le tradizioni produttive e di offrire beni pubblici.

Nei piccoli centri delle aree interne sono sedimentate tradizioni, frammenti di storia, folklore e giacimenti culturali di cui sono testimoni, a volte unici. Il progressivo invecchiamento e svuotamento dei piccoli comuni, tuttavia, li priva di quel complesso e fragile capitale culturale che giace nella memoria collettiva che si disperde. Al tempo stesso molte zone nelle aree interne sono approdo di importanti flussi di nuove popolazioni immigrate, portatrici di proprie tradizioni, segni e culture che creano le condizioni per nuove miscele o potenziali conflitti.

Molte zone nelle aree interne sono custodi di preziosi tesori dell’arte e del patrimonio storico e archeologico nazionale, rispetto al quale si pongono urgenti quesiti anzitutto su come assicurarne la cura e la conservazione, oltre che su come farli emergere come vero capitale sulla cui valorizzazione fondare iniziative di crescita.

Preservare l’ambiente e conservare il capitale culturale nelle aree interne è una questione cruciale che non interpella solo i singoli ma anche le piccole comunità locali che detengono tale patrimonio di risorse e che possono scegliere la via migliore per utilizzarlo. La sostenibilità ambientale si collega direttamente a quella sociale.

Frane, smottamenti, strade chiuse in alcuni periodi dell’anno, dissesto idrico sono problemi frequenti e ricorrenti nelle aree interne. L’abbandono dei boschi e di intere borgate, il venir meno di risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio e per la manutenzione delle strade, l’esaurirsi di attività produttive che garantivano la custodia di ampie porzioni di territorio, sono fenomeni che non hanno risvolti soltanto nelle aree interne, ma anche nei territori a valle.

La messa in sicurezza diventa efficiente e possibile solo quando viene effettuata o promossa o supportata da una popolazione residente nel territorio, che sia capace di rappresentare gli interessi collettivi e possa divenire “custode del territorio” stesso, adottando in prima persona comportamenti proattivi e realizzando “azioni quotidiane” anziché grandi interventi sporadici. Sarà questa popolazione a disporre delle conoscenze necessarie per l’intervento e ad avere gli incentivi per agire e anche per trarne vantaggi.

I contratti di responsabilità sociale

La Strategia Nazionale per la Biodiversità (2011-2020) è lo strumento di cui si è dotata l’Italia per realizzare un’adeguata integrazione delle esigenze di conservazione ed uso sostenibile delle risorse naturali nelle politiche nazionali di settore. In essa si sancisce che “La biodiversità e i servizi ecosistemici, nostro capitale naturale, sono conservati, valutati e, per quanto possibile, ripristinati, per il loro valore intrinseco e perché possano continuare a sostenere in modo durevole la prosperità economica e il benessere umano nonostante i profondi cambiamenti in atto a livello globale e locale”.

Una delle diverse aree di lavoro in cui è declinata la strategia è destinata alle Aree Protette il cui scopo principale della loro istituzione (come sancito dalla Legge Quadro 394/92) è la tutela e la salvaguardia della biodiversità e dei servizi ecosistemici assieme allo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale.

Diverse sono le esperienze nell’ambito delle aree protette che mettono in luce forme di gestione della biodiversità funzionale ad incrementare la sua tutela ma anche il benessere sociale ed economico.
L’esperienza del Parco Nazionale dell’Aspromonte basata sulla collaborazione attiva tra Ente Parco e associazioni di volontariato per la protezione dei boschi avviene attraverso la stipula di contratti di responsabilità sociale volti a limitare i danni causati dagli incendi boschivi.

I contratti di responsabilità sociale, ampiamente diffusi in Canada ed in alcune realtà europee, prevedono l’assegnazione a soggetti quali ad esempio pastori, agricoltori ecc., di un compenso economico per la sorveglianza del territorio che diminuisce all’aumentare della superficie percorsa dal fuoco. Tale metodo ha portato ad una diminuzione degli effetti causati dagli incendi boschivi con benefici ambientali ed economici per le comunità locali. I valori legati alla biodiversità sono in questo modo salvaguardati e valorizzati rafforzando il senso di appartenenza del territorio requisito questo imprescindibile per una corretta attuazione delle politiche di conservazione.

 

L’area greganica

L’Area Grecanica coincide con il comprensorio della vecchia Comunità Montana Versante Jonico Meridionale e coinvolge, da Occidente ad Oriente, i territori dei comuni di Melito, San Lorenzo, Bagaladi, Roghudi, Roccaforte del Greco, Condofuri, Bova Marina, Bova, Staiti e Brancaleone. Naturalmente quest’organizzazione politico-amministrativa non rispecchia quelli che sono i confini linguistici. E cioè quelli fra i siti dove ancora resiste l’idioma parlato e quelli dove l’ellenofonia è estinta. Il greco di Calabria è oggi in fortissima, forse irreversibile crisi. La lingua è conosciuta dalle fasce generazionali anziane di Bova, in modo frammentario da quelle di Amendolea e di Condofùri, in un modo più diffuso generazionalmente ma oramai in ambito soprattutto privato a Gallicianò ed a Roghudi Nuovo. Si può considerare scomparsa in tutti gli altri siti. Interessante il fenomeno di Bova Marina dove permane, sia per immigrazione dai paesi interni sia per attività di vera e propria riscoperta da parte di un piccolo ma significativo nucleo ellenofono.

Roghudi, antico borgo ellenofono, il sito storico è ancora oggi posto su un gigantesco dente di roccia al centro dell’imponente letto dell’Amendolèa. La collocazione molto interna nel cuore dell’area montana e quella che potremmo sinteticamente definire oggi la “mancanza di servizi” convinsero la popolazione, in seguito agli eventi alluvionali del 1972, ad accettare il trasferimento dell’abitato sulla costa nell’immediata prossimità di Melito. Quando il tracciato non è penalizzato dalle continue frane, vale comunque la pena di visitare il sito storico di Roghudi nonostante il penoso stato d’abbandono in cui versa questo magnifico borgo contadino e pastorale. Parzialmente abitata è la frazione di Chorìo. Un nutrito gruppo di giovani e residenti ne sta tentando con enorme fatica ma con caparbietà da circa 8 anni il recupero e la rivitalizzazione.

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Assoluto gioiello etno-architettonico è invece il sito semi-abbandonato di Pentedattilo (da Pentedàktylos, cinque dita). Il piccolo paese mantiene inalterato il suo fascino e costituisce un vero patrimonio storico da conoscere e da tutelare. Dominato dagli imponenti cinque pinnacoli d’arenaria che impongono il nome al sito, il piccolo borgo d’origine bizantina fu abbandonato nei primi anni cinquanta poiché dichiarato franante e “ricostruito” poco distante (Pentedattilo Nuovo). Pochi sono i resti dell’antico castello ed anche in precarie condizioni versa la bella chiesetta di San Pietro e Paolo. Il paese è, da decenni, al centro dell’attenzione non solo degli storici e degli architetti ma anche del volontariato internazionale che sta cercando di rivitalizzarlo con iniziative culturali ed eco-pacifiste.

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Bova: è considerata la “capitale” dei greci di Calabria,  data la sua importanza come “capoluogo territoriale”, Bova (Vua) è definita da sempre in greco di Calabria anche I Chora, lu paisi. Effettivamente Bova rivestì una certa importanza sia amministrativa che religiosa sin da epoca bizantina. In ogni modo sino alla grande crisi degli anni ’50-’60 ancora Bova, con le sue numerose botteghe artigiane e le sue attività commerciali, era il fondamentale epicentro di tutta l’economia pastorale e contadina dell’area. Tutto l’insediamento si presenta interessante per il visitatore sia per le numerose chiese che per la posizione molto panoramica del borgo posto a 820 m sul livello del mare. Fra i vari edifici di pregio segnaliamo la Cattedrale, il Palazzo Mesiani, la Basilica di San Leo, la chiesetta bizantina di Spirito Santo ed i resti del castello in cima al paese.(3)

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Gerace deriva da una parola greca che significa “sparviero”. Perché secondo la leggenda, fu uno sparviero a indicare il punto esatto in cui costruire il borgo. E doveva essere un posto lontano dagli attacchi via mare dei Saraceni.

La prima cosa che spicca agli occhi quando si arriva a Gerace (uno dei borghi più belli della Calabria) è la sua eleganza. Gerace è una Calabria semplice ed elegante. Una Calabria bella. Di una bellezza che quasi non metteresti in conto a sentir parlare della Locride, nella sterminata provincia di Reggio Calabria.

Gerace si svela pian piano agli occhi di chi la visita. Ogni giro d’angolo una stilettata di eleganza. E di storia. Ed è solo quando si arriva in cima, nella parte più alta del borgo di Gerace, e ci si trova ai piedi del castello, è solo allora che l’eleganza di Gerace un po’ scompare. E torna prepotente l’assillo della Calabria: la condanna a una certa distruzione. Che sia opera del tempo, dei terremoti o degli uomini poco importa: quel che rimane sono sempre rovine.

A differenza del castello, però la Cattedrale di Gerace non ha nulla che possa rimandare alla distruzione. Non che il passato abbia risparmiato la Cattedrale: crolli, alluvioni e terremoti ci sono stati e hanno coinvolto anche queste colonne. Ma poi la chiesa madre di Gerace è stata sempre ricostruita. Quando a Gerace sono arrivati i Normanni, questi non si sono dati alla distruzione a tutti i costi. Hanno avuto quasi timore di fronte all’eleganza di Gerace, e alle sue forme bizantine. Ed è per questo che la morbidezza di certe cupole è rimasta. E’ per questo che l’Oriente qui non s’è dovuto nascondere come in altri posti, ma è stato assimilato, digerito, spolverato con leggerezza. Gli si è posto accanto quel po’ di Occidente senza quasi dar nell’occhio. Perché qui a Gerace, la Storia ha sempre agito con stile, quasi con innocenza.

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L’Aspromonte ed i suoi prodotti tipici.

La tradizione gastronomica dell’area costiera di Reggio Calabria e’ particolarmente ricca di piatti a base di pesce ( pesce azzurro, tonno, pesce spada) pescato quotidianamente nello stretto, le aree montuose dell’interno offrono invece i prodotti di un’economia tipicamente pastorale e contadina e spesso di antiche tradizioni salvaguardate da decennale isolamento. Ad esempio, nell’area greganica dell’Aspromonte nella quale si parla ancora un dialetto simile al greco antico e’ possibile trovare un rarissimo formaggio pecorino realizzato con uno stampo di legno particolare, la “musulupa”, che lascia sulla forma un’impronta circolare raffigurante figure umane e femminili, “pupazze”. Caratteristici di quest’area della Calabria sono poi capocolli, soppressate, ‘nduja e salsicce arricchite sempre con peperoncino e finocchietto. L’arte norcina e’ di antica tradizione essendo la lavorazione della carne di maiale un vero e proprio “rito” che si conclude con l’ottenimento delle caratteristiche “frittole”.

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(1)   Angelo Sofo : Agricoltura – biodiversita’ ambientale e culturale

(2)   Rita Salvatore, Emilio Chiodo: “Aree interne e “tourism transition”: nuove pratiche turistiche e riorganizzazione dell’offerta in funzione della rivitalizzazione” in Agriregionieuropa anno 12 n°45, Giu 2016.

(3)   Pucambù – Guida al turismo sostenibile nell’Area Grecanica a cura di Ettore Castagna

 

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