La posta in gioco delle agricolture sostenibili

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E’ ormai chiaro che l’umanità ha bisogno di un paradigma alternativo di sviluppo agricolo che promuova un’agricoltura più solida in termini ecologici, bio-diversificata, resiliente, sostenibile e socialmente giusta. Base di questo nuovo paradigma è la moltitudine di sistemi agricoli dotati di razionalità ecologica messi a punto in centinaia di milioni di piccole aziende che oggi producono gran parte del cibo consumato nel mondo e lo fanno perlopiù senza input agrotecnici moderni. L’agroecologia rappresenta questo paradigma: un dialogo tra saperi agricoli tradizionali e scienze agrarie moderne che utilizza concetti e principi ecologici per progettare e gestire agroecosistemi sostenibili nei quali gli input esterni sono sostituiti da processi naturali.
La posta in gioco nelle agricolture sostenibili, e più specificamente in quelle agro-ecologiche, è la ricostruzione di beni comuni territoriali agricoli. I beni comuni non sono tali solo da un punto di vista meramente economico: si pensi ad alcune risorse naturali accessibili a tutti (come, ad esempio, le falde freatiche), ma per questa ragione esauribili e destinate, se le si vuole preservare, a una regolamentazione difficile ma non impossibile (Ostrom 2006, ed. or. 1990).
Sarebbe opportuno estendere questo concetto a tutti i tipi di beni e servizi – naturali o artificiali, materiali o immateriali, esauribili o non equamente accessibili o distribuiti – che contribuiscono a costruire l’identità del gruppo umano che li rivendica.


Un progetto di territorio può essere il luogo della costruzione di beni comuni agro-paesaggistici. Da una parte avremo, quindi, le risorse materiali (i suoli agricoli, i tipi di coltura e di allevamento, l’acqua, le tecnologie, la varietà biologica, i percorsi d’accesso ecc.), i prodotti agricoli e i servizi ambientali; dall’altra le risorse immateriali (in particolare le rappresentazioni mentali dei paesaggi e dei luoghi sotto forma sia di immagini che di descrizioni testuali).
Bisogna tenere a mente che i beni comuni paesaggistici territoriali sono soprattutto spazi agricoli per lo più privati, percepiti in un certo modo a partire dallo spazio pubblico (la strada, il sentiero, il belvedere). L’accessibilità visiva degli spazi agricoli può in effetti essere considerata come condizione imprescindibile per un possibile riconoscimento delle qualità formali e funzionali dei paesaggi da parte dei fruitori. Portatrici di valori paesaggistici che ognuno mette in gioco, queste “parti di territorio così come sono percepite dalle popolazioni” – secondo la definizione di paesaggio della Convenzione Europea – possono quindi essere riconosciute come multifunzionali e suscettibili di utilizzi diversi, vale a dire rispondenti alle differenti domande sociali formulate da una collettività posta di fronte o dentro un paesaggio.
Se gli agricoltori delle aree periurbane si orientano verso delle modalità di gestione agricola che forniscono un insieme di servizi agli abitanti e ai turisti, lo spazio in cui si muovono ( inteso come spazio da ‘vedere’ e da ‘vivere’ ) diventa un’opportunità, piuttosto che una limitazione come nelle economie agricole convenzionali.
Questi sistemi agroalimentari territorializzati riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie). Offrono prodotti indirizzati tanto ai mercati locali quanto all’esportazione, contribuiscono a creare opportunità di lavoro su base locale, alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.
L’evoluzione dei sistemi agricoli ha modellato nel tempo la struttura del paesaggio, creando habitat favorevoli a un gran numero di specie vegetali e animali, tra cui emergono quelle di interesse per la conservazione della biodiversità. Questi habitat costituiscono il cuore delle “aree agricole ad alto valore naturale” (AVN), ossia di aree agricole intrinsecamente ricche di biodiversità intesa come ricchezza di specie e complessità delle relazioni ecologiche esistenti. In questi ambienti l’agricoltura e l’attività zootecnica favoriscono il mantenimento di sistemi di habitat naturali e semi-naturali che spesso svolgono anche una funzione di connessione tra le aree protette, costituendo “punti sensibili” per la conservazione della biodiversità.
Tuttavia, negli ultimi decenni i processi di intensificazione dell’attività agricola e di abbandono delle aree rurali marginali hanno causato una continua riduzione di questa tipologia di aree, particolarmente vulnerabile ai cambiamenti, minacciando il delicato equilibrio tra agricoltura e biodiversità.
Tali processi di trasformazione hanno interessato anche le componenti paesaggistiche e agro-ambientali delle aree rurali. In particolare, l’intensificazione e la specializzazione produttiva hanno comportato in molti casi la marginalizzazione di sistemi agricoli non competitivi, con fenomeni di dissesto idrogeologico e desertificazione ma anche con perdita di biodiversità.
Contrastare questi processi costituisce un’azione chiave per arrestare il declino della biodiversità e promuovere un modello di agricoltura a servizio della collettività.


Le “aree agricole ad alto valore naturale” sono riconosciute come quelle aree in cui “l’agricoltura rappresenta l’uso del suolo principale (normalmente quello prevalente) e mantiene o è associata alla presenza di un’elevata numerosità di specie e di habitat, e/o di particolari specie di interesse comunitario”.
Il patrimonio culturale dell’agricoltura è costituito dai beni materiali (attrezzi, edifici, varietà vegetali, razze animali) e dall’insieme delle conoscenze, dei valori, delle tradizioni (beni immateriali) che caratterizzato tale settore.
Anche il territorio, in quanto sistema nel quale si intrecciano natura e storia, può essere considerato patrimonio culturale, e, in quanto habitat dell’uomo, può essere considerato bene comune.
Questa visione così ampia del patrimonio culturale dell’agricoltura è emersa con chiarezza solo negli ultimi decenni.
Il settore agricolo, infatti, è stato a lungo dominato da una cultura produttivistica che ha dato spazio alla tecnologia, da molti considerata socialmente neutrale, e ha tenuto distanti gli aspetti socioculturali, considerati appannaggio delle società arretrate. Negli ultimi decenni, con l’affermazione in sede scientifica e politica del concetto di multifunzionalità, sono state riconosciute le valenze storiche, culturali e simboliche delle pratiche legate alla produzione agroalimentare. Allo stesso modo, introducendo il concetto di stile produttivo, che riconosce il ruolo dei fattori soggettivi (valori, esperienze, percezioni dell’agricoltore) nelle scelte che riguardano l’azienda, e quello di agricoltura come processo di co-produzione di uomo e natura, sono stati rivalutati gli elementi antropologici in relazione al comportamento degli attori economici, che non sono mossi esclusivamente da considerazioni di razionalità economica.
L’attenzione non è quindi più centrata sulle tecniche e sulle tecnologie che consentono di superare i limiti posti dalla natura, ma sulla contestualizzazione delle stesse al fine di esaltare il rapporto di co-produzione in relazione alla disponibilità di risorse e alle diverse modalità di utilizzo.
Di pari passo, si è andata riaffermando una visione dinamica della conservazione del patrimonio culturale agricolo, visto anche come leva per uno sviluppo locale sostenibile, e si sono sviluppate iniziative finalizzate alla riattivazione dei fattori culturali, che hanno stimolato il senso del luogo e l’azione comunitaria sull’uso delle risorse ambientali e culturali locali a partire dalla produzione agroalimentare. Sono cresciute, inoltre, iniziative di diversificazione dell’attività agricola (circuiti agrituristici, enogastronomici e scuole in fattoria) che permettono di entrare direttamente a contatto con le realtà rurali, valorizzando sia gli aspetti materiali sia quelli immateriali.
Le pratiche alimentari hanno sempre avuto un ruolo significativo nel distinguere le identità individuali e collettive e oggi – a seguito delle recenti trasformazioni economiche e sociali – sembrano assumere una valenza più pronunciata che in passato, determinata anche dalla fine della scarsità alimentare in Occidente.
È’ ormai consapevolezza diffusa in tutta Europa, oltre che in diverse pratiche amministrative e di pianificazione del nostro paese, che la salvaguardia attiva del territorio aperto contiguo alle aree urbane costituisce un fattore strategico per la sostenibilità dello sviluppo urbano stesso e per la qualificazione dell’ambiente insediativo, dal punto di vista ambientale, paesaggistico, culturale ed anche agro alimentare.


Questa consapevolezza si concretizza in una crescente domanda, da parte degli abitanti urbani, di ricostituire e valorizzare i legami culturali ed identitari con il territorio aperto attraverso nuove opportunità e servizi connessi al recupero non solo di nuove possibilità di fruizione ma anche di beni alimentari tipici, tracciabili e “sicuri” nel loro percorso produttivo, e quindi nel tentativo di ricostituire nuove “filiere corte” fra produzione e consumo.
Se a questo si aggiunge il ruolo fondamentale svolto da un “presidio agricolo” qualificato nel mantenere “in cura” ampie parti di territorio, prevenendo così rischi ambientali; idrogeologici, idraulici, atmosferici, climatici dovuti alla crescente pressione della urbanizzazione, è possibile attribuire un legittimo ruolo multifunzionale all’attività agricola, che supera la semplice produzione alimentare secondo i modelli “produttivisti”, e che ne evidenzia la funzione di produttrice di “beni pubblici” extramercato.
Il tema dell’agricoltura periurbana
Le aree agricole alla periferia delle grandi città sono state considerate per molto tempo come ambiti in attesa di essere edificati, come semplici vuoti in attesa di trasformazione. Solo negli ultimi anni si è acquisita la consapevolezza che gli spazi aperti periurbani sono importanti per i cittadini sempre più alla ricerca di “paesaggio”, di spazi liberi e luoghi dove l’agricoltura svolge un rinnovato ruolo di produzione di beni e di cibo vicino ai cittadini, ma anche didattico e multifunzionale in un equilibrato rapporto tra sviluppo e sostenibilità.
Gli spazi di margine sono riconosciuti sempre più come importanti ed aventi pari dignità rispetto alle componenti tradizionali che determinano i processi di trasformazione. Se perdiamo gli spazi aperti perdiamo una risorsa collettiva che incide direttamente sulla qualità della vita delle popolazioni: non solo per la mancanza di aree verdi dal punto di vista ricreativo e paesistico; dobbiamo immaginare che la perdita di superfici libere che la Lombardia ha registrato in otto anni equivale, in termini di mancato sequestro del carbonio (e conseguentemente di disponibilità di gas serra in atmosfera), ad un incremento del parco auto della regione del 15%. Dobbiamo pensare a tutta la biodiversità che perdiamo quando andiamo a impermeabilizzare un territorio, cosi come non è difficile pensare a tutta l’acqua superficiale che non potendo più penetrare nel terreno si concentra improvvisamente creando danni a cui troppo frequentemente assistiamo.
Essere dotati di spazi liberi, verdi, fruibili e vissuti, come possono essere quelli agricoli alla periferia delle città è importante in un progetto complessivo che preveda, nel bilancio dell’uso delle risorse territoriali, anche un maggior equilibrio nell’utilizzo del territorio.
Significa inoltre mettere in valore un territorio di qualità, più competitivo e attrattivo anche per le imprese innovative e portatrici di nuove funzioni economiche.
Esistono progetti locali, buone pratiche virtuose, ci sono esperimenti in molte regioni del mondo – la provincia di Milano ( in particolare con il Parco Agricolo Sud), Bologna, Torino, Bristol, Londra. Progetti, esperimenti che ripartono da una questione fondamentale, di rilevante importanza che è quella del cibo che è un bene primario che interessa tutti e la cui qualità e quantità non sono affatto scontate.
Ripartono da una questione fondamentale ed a cui la politica dovrebbe ridare priorità, ma purtroppo in realtà non avviene. Nelle scelte e negli obiettivi politici non si dà al cibo il giusto posto che invece dovrebbe avere nell’ambito di queste priorità , ci si occupa di produrre ma non di nutrire.
Ed invece in questo senso dovrebbero andare le politiche locali insieme alle attività della società civile, per buona parte a costo zero, e per molti versi più avanti delle politiche nazionali e regionali.

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