Banca della Terra, accesso dei giovani in agricoltura e politiche pubbliche

Con questo secondo articolo, intendiamo dare alcune risposte ad alcune domande emerse nel corso della conferenza “Neoruralità Produzioni agricole ed Identità Territoriali” all’interno della Festa dell’agricoltura di Cesate del 9 aprile 2017.

Partendo dalla tematica dell’insediamento dei giovani in agricoltura e dagli strumenti che potrebbero favorire il loro ingresso e la loro permanenza, nonché il consolidamento di aziende agricole, al fine di perseguire pratiche agricole sostenibili e più legate al territorio in termini di prodotti e di servizi offerti, diverse questioni concorrono contemporaneamente a dibattere di agricoltura contadina, accesso alla terra e giovani.

Come giustamente affermato da Giorgio Ferraresi, e dalla consapevolezza che è necessario percorrere una nuova strada “la via contadina, l’agroecologia , la neoruralità hanno in sé le radici di un futuro oltre il disastro che stiamo vivendo nel modello dominante ma in crisi radicale: la globalizzazione dei flussi di merci e finanziari che ci sta uccidendo e distruggendo i luoghi e l’ambiente dell’abitare…… si rimette al mondo una “attività primaria” che nella storia è stata e ora può nuovamente essere, in altri termini, l’attività che genera il territorio (cioè l’habitat umano, la nostra casa comune) in un processo di coevoluzione tra natura e coltura”.

Il punto di avvio di questa nuova strada può essere individuato da un rinnovato interesse per i destini dell’agricoltura e dei territori locali, nonché dalle nuove forme di partecipazione degli attori locali ai processi decisionali, che evidenziano un ritorno in agricoltura attraverso forme innovative ed alternative, che meriterebbe di essere potenziato, sostenuto ed accompagnato con opportuni strumenti e metodologie. La diffusione del dibattito attorno a questi temi sembra fornire nuovi elementi e nuove proposte pratiche non solo alla secolare questione demaniale e al ruolo dell’agricoltura oggi, ma anche all’emergenza sociale (alti tassi di disoccupazione giovanile, soprattutto nel Sud Italia), alla crisi economico-finanziaria ed ambientale (degrado del territorio e dissesto idrogeologico) in atto.

Procedendo con ordine rispetto ai tre temi, sinergici e complementari.

Il modello agroindustriale attuale è basato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, alle quali non è stato attribuito alcun valore etico ne tantomeno economico-sociale con la falsa consapevolezza, che queste fossero inesauribili. Gli aumenti della produttività conseguiti da un’agricoltura via via più intensiva, industrializzata e assoggettata ad esigenze di massimizzazione dei profitti ha determinato lo sradicamento dei saperi locali, dell’autonomia decisionale degli agricoltori, della biodiversità e della sostenibilità economica, sociale ed ambientale e dei sistemi economici tradizionali.

L’agricoltura convenzionale o agro-industriale, nella sua forma globalizzata e indifferente alla storia e all’ecologia del territorio,  non è più raccomandabile poiché produce spazi spesso poco abitabili per l’uomo e per gli altri esseri viventi, ed alimenti talvolta considerati pericolosi o sospetti per la salute.

 

Accanto a questo modello imperante, è ampiamente diffusa un’agricoltura, di piccola e media scala, più attenta a pratiche ecocompatibili e più legata al territorio. Un sistema locale di produzione di cibo che ha il vantaggio di integrare un’agricoltura sana, favorire l’eliminazione e/o la riduzione dei prodotti chimici, conservare le tecniche e le conoscenze tradizionali, tutelare i sistemi ecologici e le varietà/specie locali. E’ questa una pratica che consente ai produttori e ai consumatori di avere un maggior controllo e più informazioni sui processi produttivi e distributivi.
Inoltre, questo modo di fare agricoltura, realizzato principalmente in piccole realtà radicate sul territorio, contribuisce a mantenere vive le economie locali e quindi la fonte di occupazione, specialmente nelle aree rurali.

Come risposta a questi problemi, le promesse politiche e scientifiche dei modelli di agricoltura sostenibile (integrata, ‘ragionata’, di precisione) hanno fornito il quadro normativo necessario a un cambiamento nelle pratiche agricole. La posta in gioco nelle agricolture sostenibili, e più specificamente in quelle agro-ecologiche, è la ricostruzione di beni comuni territoriali agricoli. I beni comuni non sono tali solo da un punto di vista meramente economico: si pensi ad alcune risorse naturali accessibili a tutti (come, ad esempio, le falde freatiche), ma per questa ragione esauribili e destinate, se le si vuole preservare, a una regolamentazione difficile ma non impossibile.

 

Sarebbe opportuno estendere questo concetto a tutti i tipi di beni e servizi – naturali o artificiali, materiali o immateriali, esauribili o non equamente accessibili o distribuiti – che contribuiscono a costruire l’identità del gruppo umano che li rivendica.

Se gli agricoltori delle aree periurbane si orientano verso delle modalità di gestione agricola che forniscono un insieme di servizi agli abitanti e ai turisti, lo spazio in cui si muovono ( inteso come spazio da ‘vedere’ e da ‘vivere’ ) diventa un’opportunità, piuttosto che una limitazione come nelle economie agricole convenzionali.

Questi sistemi agroalimentari territorializzati riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie). Offrono prodotti indirizzati tanto ai mercati locali quanto all’esportazione, contribuiscono a creare opportunità di lavoro su base locale, alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.

Diverse sono le esperienze positive che si fondano su un diverso rapporto col territorio (Gruppi di Acquisto Solidali, filiere corte, cooperative sociali, agricoltura sociale, fattorie didattiche, orti sociali, ecc.). Nuove soluzioni alla crisi, sostenibili ed innovative, stanno nascendo nelle aree marginali e nel settore primario. A tale riguardo esiste una miriade di storie positive che fondano nuove economie attraverso un ritorno rivisitato alla terra con un’attenzione particolare all’ambiente, al paesaggio e al sociale.

Passando al secondo punto, la questione della disponibilità della terra, il quadro che emerge dalle statistiche e dagli studi ufficiali mette in evidenza la continuazione del processo di riduzione del numero delle aziende agricole, con un aumento della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) media per azienda ma una complessiva diminuzione della superficie utilizzata in agricoltura. Il censimento Istat 2010, inoltre, mostra un’agricoltura a prevalente carattere familiare, che con difficoltà opera un ricambio generazionale, seppure non manchino forme di dinamicità, tra cui l’aumento delle aziende condotte da donne o la tendenza alla diversificazione dell’attività e una maggiore attenzione al territorio e all’ambiente.
E’ stato presentato qualche settimana fa, il “Rapporto 2016: il sistema agroalimentare della Lombardia”. Quanto segue, è estratto da questo rapporto, relativamente al lavoro.

……….. I dati Istat inerenti alla rilevazione continua delle forze lavoro attestano che gli occupati presenti nella regione Lombardia ammontano, nel 2015, a circa 4,2 milioni pari al 19% del dato nazionale. Il numero di occupati rispetto all’anno precedente risulta essere in lieve aumento (+0,45%), in linea quindi con il trend nazionale. La ripartizione nei diversi settori risulta praticamente immutata rispetto al 2014: il settore dei servizi conta il 65% degli occupati, il 33% nelle costruzioni e solo in piccola parte in agricoltura. Infatti, i circa 80 mila occupati agricoli lombardi rappresentano solo l’1,9% dell’occupazione complessiva regionale e poco più del 9% di quella agricola nazionale.

Il numero di occupati in agricoltura in Lombardia ha conosciuto un incremento quasi dell’11%, in linea quindi con il buon risultato ottenuto durante l’anno precedente. Tale dato rappresenta ancora un’eccezione rispetto agli altri settori, dove il numero di occupati è rimasto pressoché immutato rispetto al 2014: il settore dei servizi ha riportato un incremento dello 0,4%, mentre il numero di occupati nell’industria è rimasto praticamente invariato. Nel complesso, il differente contributo dei tre settori considerati ha portato nel 2015  ad un saldo netto rispetto all’anno precedente in termini di occupati regionali di circa 19 mila unità, dovuto per circa il 42% all’incremento registrato dal settore agricolo.

L’Istat (2011), ha ricompreso nelle rilevazioni del 6° Censimento dell’Agricoltura anche i terreni demaniali e gravati da uso civico. Sono state censite circa 3 mila proprietà collettive che occupano circa 750 mila ettari di Sau e 2 milioni di ettari di superficie totale. Nel complesso i soggetti interessati rappresentano lo 0,2% delle unità agricole nazionali, ma gestiscono oltre il 5% della Sau complessiva italiana e il 13% circa della superficie totale. Inoltre, la Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva4, comparando diverse fonti, ha effettuato una prima ricognizione degli enti che gestiscono gli usi civici e ha rintracciato almeno 1.567 gestori di questi beni pubblici, senza contare gran parte delle Regioni meridionali, dove i terreni gravati da uso civico sono per lo più confusi con il patrimonio dei Comuni.
Sono dati su cui riflettere con attenzione e contezza poiché imporrebbero un’inversione di tendenza nelle politiche pubbliche anche alla luce del dibattito in corso tra chi ne prevede l’alienazione e che ne propone il riutilizzo sociale. Volendo schematizzare c’è chi prevede (Coldiretti) l’alienazione in misura stabile dei terreni in quanto si toglierebbe allo Stato il compito improprio di coltivare la terra e si incentiverebbe la crescita, l’occupazione e la redditività delle imprese e chi sostiene (Aiab, Slow Food e altre associazioni contadine) che questa alienazione non farà altro che incentivare la concentrazione fondiaria, per altro già in corso; i sostenitori della seconda ipotesi propongono di sostituire la procedura di vendita con quella dell’affitto in maniera da evitare speculazioni fondiarie e di facilitare l’accesso alla terra da parte dei giovani privi di capitali.

L’utilizzo degli usi civici e dei terreni agricoli pubblici potrebbero rivestire, ancora e soprattutto oggi, una certa importanza negli assetti economico-sociali ed ecologici dei territori sia per la loro valenza quantitativa che per il loro carattere qualitativo, culturale, storico-giuridico, ambientale, sociale ed economico. L’utilizzo dei terreni agricoli pubblici va, perciò, rivalutato perché rappresenta uno dei passi possibili per iniziare a tutelare e salvaguardare il territorio con consapevolezza e responsabilità e per perseguire il progetto di una società sostenibile, evocando una sfida etica e culturale prima che tecnica.
Altro punto di estrema importanza, il tema riguardante i giovani e il lavoro agricolo.

Anche se il numero di giovani imprenditori tende in maniera costante a diminuire, gli agricoltori sotto i 40 anni, rappresentano una realtà imprenditoriale, pari a circa il 10% dei conduttori di aziende agricole italiane, con specifiche peculiarità e un ottimo dinamismo: prevalentemente maschio, anche se la presenza femminile è in continua crescita, con una scolarizzazione medio-alta, impegnato a tempo pieno nella conduzione aziendale, gestisce aziende agricole medio-grandi, diversificate e innovative.
Quanto appena evidenziato segnala il limitato impatto prodotto dagli interventi rivolti a favore dei giovani attraverso la politica di sviluppo rurale nel garantire il loro insediamento e, soprattutto, la loro permanenza in agricoltura. I dati Istat evidenziano ancora un processo di senilizzazione dell’agricoltura, che assieme al basso livello di istruzione dei conduttori (circa un quinto dei conduttori sono privi di titoli di studio), potrebbe rappresentare un freno all’adozione e alla diffusione di innovazioni tecnologiche e organizzative, quanto mai necessarie per rendere l’agricoltura competitiva.

Siamo fortemente convinti  nella capacità del settore agricolo di dare risposte soddisfacenti alla situazione di crisi attuale e al declino dell’occupazione, giovanile e femminile, in particolare. Il recupero produttivo dei terreni agricoli pubblici, affidandoli a giovani imprenditori, appare sensato e mostra grandi vantaggi e prospettive da diversi punti di vista: da quello sociale a quello della riorganizzazione del settore in chiave innovativa e competitiva, capace di soddisfare la sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
È quanto mai urgente, perciò, adottare misure concrete ed efficaci affinché questa “emorragia rurale” si arresti e i giovani guidino il processo di ripopolamento sia delle aree rurali che del settore agricolo più in generale.

I giovani dovranno pertanto essere i destinatari prioritari, sia di interventi di carattere pubblico nazionale (Psr) che di interventi a livello europeo che dovranno prevedere azioni (avvio di nuove aziende agricole, mettendo a disposizione i terreni agricoli pubblici, e ricambio generazionale per quelle esistenti, facilitazioni nell’accesso al credito, sgravi fiscali, formazione, informazione ed assistenza tecnica, ecc.) mirate a sostenere, incentivare e remunerare adeguatamente il lavoro dei giovani nel settore primario. Pur nella consapevolezza che lo sviluppo delle aziende agricole e il loro consolidamento dipendano da una pluralità di strategie e interventi che coinvolgono diversi ambiti, attori, risorse locali e livelli istituzionali, i giovani agricoltori hanno dimostrato, nonostante le difficoltà congiunturali e strutturali del settore nell’ultimo decennio, di avere le capacità e le potenzialità per contribuire alla costruzione di un modello agricolo diversificato, competitivo, innovativo, multifunzionale e sostenibile.

Un modello che ha il territorio rurale e la comunità rurale al suo centro, dove l’agricoltura ne rappresenta un aspetto importante, ma non il solo, dove l’integrazione intersettoriale in termini di risposta alle esigenze della società sotto il profilo economico, ambientale e sociale, si svolge su un piano paritario, ma rispettoso delle funzioni proprie di ciascun settore. Gli interventi del Psr ( di una futura Pac) dovrebbero essere finalizzati non solo al ricambio generazionale, ma anche a mettere a sistema altre politiche e interventi direttamente o indirettamente rivolte alla problematica dei giovani agricoltori, quali azioni di sistema capaci di agire sulle condizioni di contesto. Tali politiche e interventi dovrebbero agire su due tipologie di fabbisogni espressi: l’accesso ai fattori della produzione e al credito, come ad esempio la banca della terra o la concessione di terre del demanio o gli strumenti di garanzia per il credito.

La riflessione dovrebbe spostarsi dal singolo strumento all’individuazione di una politica di sistema. Mettere terre a disposizione o favorire l’accesso ai capitali senza accompagnare il giovane nella definizione e realizzazione dell’idea imprenditoriale, senza mettergli a disposizione un contesto capace di informarlo e assisterlo, senza che l’azienda possa operare in un sistema di relazioni significa solo creare un’azienda senza assicurarsi che essa possa essere vitale e competitiva. In relazione a tale considerazione è bene tenere presente il problema dell’accesso ai mercati che vede l’agricoltore fare i conti con un sistema distributivo fortemente condizionato da filiere poco organizzate, dominate da soggetti forti, quali quelli della Gdo. Favorire la partecipazione dei giovani a filiere e reti o spingerli alla collaborazione in contesti locali potrebbe essere un approccio vincente teso a incentivare processi di accompagnamento e di formazione sul campo.

Se così stanno le cose, esistono significative, importanti e utili ragioni per cominciare a riflettere e discutere dal punto di vista settoriale al fine di salvaguardare e sviluppare le piccole e medie aziende agricole, le economie locali e le aree rurali, da un lato, e difendere e sostenere le conoscenze tradizionali, fonte di sapere e saper fare, valori utili e preziosi per affrontare i problemi attuali, dall’altro. Ma diventa anche importante discuterne e dibatterne dal punto di vita territoriale al fine di riacquisire all’uso pubblico/comune i terreni, riprendere il controllo sul territorio da parte delle comunità locali nel triplice aspetto della cura, della tutela e della valorizzazione delle aree rurali e individuare e sostenere percorsi di sviluppo alternativi.

Secondo stime del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, ci sono le terre male utilizzate o inutilizzate e ci sono giovani pronti ad entrare nel settore agricolo, allora perché non dare a questi ultimi un’opportunità? Una opportunità per lo sviluppo di politiche tese a rilanciare la presenza di giovani in agricoltura, non come spesso accade un tentativo di fare cassa da parte di enti, comuni,  ecc. alienando una parte considerevole del demanio pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

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