L’AGRICOLTURA IN CALABRIA – LA SITUAZIONE ATTUALE ED UN FUTURO AUSPICABILE

Il rapporto tra agricoltura e società è piuttosto complesso, soprattutto in ragione del fatto che è sulla società e sulla qualità della vita dei suoi componenti che, in ultima analisi, si riflettono anche gli impatti ambientali ed economici, positivi e negativi, delle scelte effettuate a livello di produzione di base e lungo la filiera agroalimentare, sostanzialmente in termini di sicurezza alimentare, occupazione, salute, equità e pace sociale.

Un peggioramento della qualità del suolo, determinata dall’adozione di tecniche agricole intensive, ad esempio, porta a una contrazione delle rese e/o all’ulteriore aumento di concimi e ammendanti di sintesi impiegati in azienda con un effetto immediato sull’economicità dell’attività agricola.

Questa a sua volta può tradursi nel suo abbandono, con perdita di lavoro familiare e/o salariato, nell’indebolimento fino alla scomparsa delle comunità rurali, nella fine del presidio del territorio oppure nel minor contributo alla sicurezza alimentare, alla soddisfazione della crescente domanda di prodotti più salubri e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, nella perdita di salute di agricoltori e consumatori.

Le aree interne in Calabria

L’importanza delle aree interne per la Calabria è nota. Le aree interne individuate in Calabria rappresentano il 78% dei comuni, la metà della popolazione (58,54%) e il 79% della superficie territoriale calabrese. La definizione di aree interne evidenzia un divario tra centri e aree interne all’interno della regione che deve essere modificato se si vuole una più equa redistribuzione della popolazione sul territorio. In soli 14 comuni che compongono i poli (poli e poli intercomunali) è localizzato il 31% della popolazione complessiva e se ai poli viene aggiunta l’area di cintura la popolazione raggiunge quasi il 50%. La maggior parte dei comuni di queste aree è al di sotto dei 5.000 abitanti. L’incidenza di questi comuni è pari all’87% nelle aree periferiche e all’82% in quelle ultra-periferiche. Forte è anche l’incidenza dei comuni con meno di 2.000 abitanti e al di sotto dei 1.000. Negli ultimi quarant’anni, lo spopolamento è stato pari al 18% nelle aree periferiche e al 10% in quelle ultra-periferiche e solo all’1,73% nelle aree intermedie, quasi in linea con il dato regionale complessivo (-1,48%). L’incidenza della popolazione con oltre 65 anni è più che raddoppiata (passando dal 10% al 20% circa).

La superficie agricola utilizzata è diminuita, rispetto al 1971, del 25% circa nelle aree periferiche e ultra-periferiche e del 21% nelle aree intermedie.

Queste aree non hanno mai avuto tanta attenzione nei programmi comunitari  se non nell’ambito della cosiddetta “indennità compensativa” che garantiva un premio alle aziende agricole localizzate nelle aree montane e svantaggiate.

E’ dunque necessaria una fase nuova che regioni come la Calabria devono cogliere. Intervenire con i programmi comunitari e con tutti i fondi, strutturali e ordinari, in queste aree significa dare risposte positive all’economia, ma anche agli aspetti sociali e allo spopolamento di queste aree.

Negli ultimi decenni, la progressiva incapacità interpretativa delle teorie classiche, rispetto alla complessa e sempre più articolata redistribuzione dello sviluppo, ha attirato l’attenzione degli studiosi sulla dimensione territoriale del processo di sviluppo. Da queste considerazioni è nata una nuova impostazione delle ricerche che fa perno sulla categoria territorio e su un approccio diverso che parta  dal basso ed in modo  partecipato, per creare  delle opportunità di sviluppo.

Sistemi agroalimentari territorializzati che riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie),che contribuiscano a creare opportunità di accoglienza e di lavoro su base locale, che contribuiscano alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.

Negli ultimi decenni i processi di intensificazione dell’attività agricola e di abbandono delle aree rurali marginali hanno causato una continua riduzione di di aree ad Alto Valore Naturale (AVN), particolarmente vulnerabile ai cambiamenti, minacciando il delicato equilibrio tra agricoltura e biodiversità. Tali processi di trasformazione hanno interessato anche le componenti paesaggistiche e agro-ambientali delle aree rurali. In particolare,  l’intensificazione e la specializzazione produttiva hanno comportato in molti casi la marginalizzazione di sistemi agricoli non competitivi, con fenomeni di dissesto idrogeologico e desertificazione ma anche con perdita di biodiversità.

Gli ultimi decenni sono stati testimoni di profonde trasformazioni interne al settore primario che hanno contribuito a cambiare il volto dell’agricoltura calabrese e dei territori rurali  per una visione più ampia che punta alla diversificazione dell’economia rurale e che considera il tessuto socio-economico complessivo di questi territori, con tutte le implicazioni che ne possono derivare in termini di ruolo attivo della componente locale.

Di pari passo, si è andata riaffermando una visione dinamica della conservazione del patrimonio culturale agricolo, visto anche come leva per uno sviluppo locale sostenibile, e si sono sviluppate iniziative finalizzate alla riattivazione dei fattori culturali, che hanno stimolato il senso del luogo e l’azione comunitaria sull’uso delle risorse ambientali e culturali locali a partire dalla produzione agroalimentare. Sono cresciute, inoltre, iniziative di diversificazione dell’attività agricola (circuiti agrituristici, enogastronomici e scuole in fattoria) che permettono di entrare direttamente a contatto con le realtà rurali, valorizzando sia gli aspetti materiali sia quelli immateriali.

La presenza dei migranti nelle aree rurali sta producendo importanti trasformazioni funzionali ad una nuova stratificazione sociale basata sullo sfruttamento e sulla rendita parassitaria, ma anche sulla gestione della diversità, oltre a sostenere il processo di intensificazione dell’agricoltura o a supportarne la riproduzione.

La presenza straniera costituisce un elemento molto rilevante del vissuto rurale. Il multiculturalismo cambia non soltanto il paesaggio urbano, ma anche quello rurale. Lo scenario multietnico delle campagne meridionali fa registrare, anche, un insieme di azioni intersoggettive che prendono forma attraverso la mediazione delle reti etniche e del volontariato.

Diminuiscono le aziende agricole e cresce la dimensione

Il quadro evolutivo dell’agricoltura calabrese degli ultimi tre decenni si caratterizza per il calo del numero delle aziende agricole  e della superficie agricola utilizzata. Nel 2010 risultano un numero di aziende e una estensione della SAU pari rispettivamente al 66% e al 76% di quelle censite nel 1982; in Italia i due valori sono pari nell’ordine al 52% e all’82%.

Alla data del 24 ottobre 2010, in Calabria sono attive 137.790 aziende agricole e zootecniche (l’8,5% dell’Italia, terza regione dopo Puglia e Sicilia), di cui 10.189 (pari al 7,4%) con allevamenti di bestiame. Nel complesso, la Superficie Totale (SAT) risulta pari a 706.480 ettari (4,1% del totale nazionale) e la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) ammonta a 549.253 ettari 4,3%.

Prospetto 1

Si riduce il numero delle aziende agricole (-21% rispetto al 2000), della SAU (-1%) e della SAT (-16%). La contrazione delle aziende agricole e della SAU in Calabria è molto più contenuta rispetto al Sud e all’Italia mentre la riduzione della SAT risulta molto più consistente.

Nella graduatoria provinciale, Cosenza si colloca al primo posto per numero di aziende ed estensione delle superfici; occupano le ultime posizioni Crotone, per numero di aziende agricole, e Vibo Valentia, per l’estensione delle superfici. Mettendo a confronto i dati del censimento del 2000 con quelli del 2010, Catanzaro è la provincia in cui si registra la più alta riduzione di aziende (-28,7%), Vibo Valentia quella con il maggior calo di SAU e di SAT. La provincia di Crotone si distingue, oltre che per la riduzione relativamente limitata di aziende, soprattutto per la crescita della SAU e della SAT. Infine, in provincia di Reggio di Calabria la SAU aumenta e la SAT si riduce con tassi simili a quelli nazionali.

La dimensione media aziendale in Calabria, nell’ultimo decennio, è passata da 3,2 a 4,0 ettari di SAU. Aumenta il divario con le regioni del Sud e, in particolare, con il dato nazionale che da 5,5 è passato a 7,9 ettari per azienda. In provincia di Crotone si rileva la dimensione media aziendale più alta (6,5 ettari), sostenuta dal citato aumento della SAU e dal contemporaneo calo del numero di aziende. La dimensione media minima si registra a Vibo Valentia (2,6 ettari).

La cessazione di attività ha interessato in Calabria prevalentemente le aziende della fascia dimensionale inferiore (quelle con SAU sotto i 10 ettari) in cui si colloca il 93,1% del complesso delle aziende in esercizio (cfr. Figura 4). Tale fenomeno ha interessato in particolare la microimpresa (fino a 2 ettari di SAU), la cui presenza si è ridotta del 26,8% con una perdita di SAU pari al 20%.

Le aziende medio-grandi (da 10 a 49,9 ettari di SAU), che costituiscono il 5,8% delle aziende calabresi, crescono di numero e al contempo aumentano l’ampiezza delle superfici coltivate. Aumenta anche il numero di aziende di più grande dimensione (50 ettari e oltre di SAU) ma la quota di SAU da esse posseduta rimane sostanzialmente stabile.

In sintesi, per l’agricoltura calabrese i processi di ristrutturazione e trasformazione del tessuto produttivo sono stati meno intensi di quelli che hanno interessato il resto del Paese. Nella regione, in sostanza, la micro impresa resta la forma ancora oggi assolutamente prevalente: nella graduatoria nazionale della dimensione media aziendale la Calabria si colloca, insieme alla Campania, in coda a tutte le altre regioni, ad eccezione della Liguria (2,1 ettari per azienda).

La quota di manodopera straniera

Il censimento dell’agricoltura del 2010 ha raccolto per la prima volta informazioni sulla manodopera straniera nel settore. I lavoratori stranieri sono 13.606 pari al 13,7% della forza lavoro non familiare.

Per quanto riguarda il tipo di contratto, gli assunti in forma saltuaria rappresentano circa la metà del totale (49,6%), quelli non assunti direttamente dall’azienda sono il 41,6% mentre la quota residua (8,8%) riguarda coloro che lavorano in azienda in forma continuativa.

MANODOPERA NON FAMILIARE STRANIERA PER CITTADINANZA E TIPO DI CONTRATTO

Manodopera

Nella provincia di Cosenza si registra la maggiore incidenza di lavoratori stranieri (17%) e la percentuale più ridotta di occupati in forma stabile (4%); a Crotone, invece, tali variabili pesano, rispettivamente, per il 13,7% e il 20,3%. In Calabria la percentuale di lavoratori provenienti da paesi UE è sempre prevalente, indipendentemente dal tipo di contratto, con un picco per i lavoratori non assunti direttamente in azienda (19,3%). In Italia i cittadini europei prevalgono nelle forme di contratto più flessibili mentre sono relativamente più numerosi i cittadini extraeuropei tra la manodopera aziendale assunta in forma continuativa (12,4%).

GLI ALLEVAMENTI

In Calabria l’incidenza di aziende con allevamenti è scesa nel 2010 al 7,4% dal 12,5% nel 2000. Nelle province di Reggio Calabria e di Crotone il peso delle aziende zootecniche rimane, sostanzialmente, sugli stessi valori di inizio decennio; viceversa nelle provincia di Vibo Valentia, di Cosenza e Catanzaro si registrano flessioni molto forti.

Il censimento del 2010 ha rilevato nella regione 10.189 aziende zootecniche, un dato più che dimezzato rispetto al 2000. La variazione negativa (-53,4%) mostra una tendenza del tutto simile a quella della ripartizione meridionale (-53%) e più consistente di quella nazionale (-41%). Catanzaro e Vibo Valentia sono le province con la dinamica negativa più accentuata (rispettivamente di -75% e -72%). A Cosenza, nonostante la contrazione della zootecnia interessi oltre la metà delle aziende (-57%), il settore permane il più rappresentato nella regione (9,5%). Nella provincia di Catanzaro il peso relativo raggiunge il valore minimo (4%).

Il settore zootecnico calabrese è caratterizzato dall’allevamento bovino, presente nel 48% delle aziende (pari a 4.885 aziende e 98 mila capi allevati). L’incidenza media di tale tipologia di allevamento è pari al 52% nelle regioni del Sud e al 57% in Italia (cfr. Tavola 10, appendice). La consistenza media dei capi di bestiame per azienda aumenta da 17 nel 2000 a 20 nel 2010, crescendo soprattutto nella provincia di Cosenza (da 17 capi a 24 capi bovini per azienda). Al Sud il numero medio di capi passa da 17 a 24, in Italia da 35 a 45.

 

NUMERO DI AZIENDE CON ALLEVAMENTI PER PROVINCIA

Allevamenti

L’allevamento di ovini è praticato dal 38% delle aziende (pari a 3.896 unità con 247 mila capi allevati) mentre al Sud e in Italia è presente rispettivamente nel 34% e nel 23% delle aziende. La provincia di Catanzaro ha la più alta percentuale di aziende con allevamenti ovini (48%), Vibo Valentia quella più bassa (19%). La dimensione media di capi per azienda cresce da 44 a 63 capi dal 2000 al 2010, a tassi molto più ridotti sia rispetto al Sud, che da 39 capi passa a 73, sia rispetto all’Italia che da 76 capi passa a 133. Questi andamenti non sono uniformi in tutte le province della Calabria, in particolare a Crotone e a Vibo Valentia dove il numero medio di capi allevati si conferma sempre più elevato del livello nazionale.

Il settore dei caprini è presente nel 29% delle aziende (pari a 3001 unità con oltre 133 mila capi allevati) e risulta più diffuso rispetto al Sud (16%) e all’Italia (10%). La media aziendale aumenta nel corso del decennio e si attesta su valori superiori al Sud e all’intero Paese.

Gli allevamenti avicoli, praticati dal 22% delle aziende (con 1,2 milioni di capi) e gli allevamenti di suini (21% delle aziende, con un patrimonio di 51 mila capi) rappresentano in Calabria forme di allevamenti diffuse, anche rispetto a quanto si registra sul piano nazionale (dove le suddette percentuali sono pari rispettivamente all’ 11% e 12%). Tuttavia, in Calabria, la dimensione media aziendale per capi, nei due settori, pur crescendo in maniera considerevole rispetto al 2000, risulta comunque inferiore a quella nazionale.

 

L’AGRICOLTURA E L’AMBIENTE

In Calabria sono presenti 6.769 aziende con superficie e/o allevamenti biologici . Di queste, 6.690 destinano 97.149 ettari di superficie a coltivazioni di tipo biologico mentre 669 adottano tale metodo nell’allevamento del bestiame. La dimensione media della superficie biologica delle aziende interessate è di 14,5 ettari (contro i 18 ettari registrati in Italia). Per quanto riguarda le produzioni con marchio di qualità DOP e/o IGP, si riscontra un numero di aziende pari a 2.607 che coltivano 8.777 ettari di superficie mentre solo 75 aziende zootecniche allevano bestiame secondo i disciplinari di qualità dei marchi.

In particolare, quasi metà della superficie biologica calabrese è destinata alla coltivazione dell’olivo per la produzione di olive da tavola e da olio (45,9%). Le altre coltivazioni biologiche rappresentative del territorio calabrese riguardano i cereali per la produzione di granella (a cui è destinato il 18,5% della SAU biologica), i prati permanenti e pascoli, esclusi i pascoli magri (15,8% di SAU) e gli agrumi (9,3%).

SUPERFICIE BIOLOGICA PER TIPO DI COLTIVAZIONE.

Calabria, anno 2010, composizione percentuale

Superficie biologico

Le superfici regionali destinate a coltivazioni DOP/IGP sono in gran parte rappresentate da produzioni olivicole(36,8%) e vitivinicole (36,3%); seguono i seminativi con il 14,3 % di SAU, costituiti soprattutto da cereali per la produzione di granella (5,4%), patata (5,2%) e ortive (3,7%). Gli agrumi e gli altri fruttiferi coprono rispettivamente il 9% ed il 3,4% del totale della SAU destinata a produzioni a marchio di qualità.

SAU DOP/IGP PER UTILIZZAZIONE TERRENI.

Calabria, anno 2010, composizione percentuale

SAU Dop

LE SPECIFICITÀ PROVINCIALI

Nel complesso della Calabria la SAU risulta investita per il 34% a coltivazioni di olivi destinate alla produzione di olio; seguono i pascoli che incidono per il 22,5% della SAU .Altre colture predominanti sono, tra i seminativi, il frumento (7,5% della SAU) e, tra le coltivazioni legnose agrarie, gli agrumi (6,4%) e i fruttiferi (3,4%). In termini di aziende, più dell’80% coltivano olivi per la produzione di olio.

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Aziende e Sau

La provincia di Cosenza è caratterizzata in termini di superficie dalla coltivazione di olive per la produzione di olio (26% della SAU) e dai pascoli utilizzati (24,1%). In termini di aziende, l’81,2% è impegnato nella produzione di olive per olio.

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Cosenza

Catanzaro si caratterizza, per il 47% circa della SAU, per la coltivazione di olivi per la produzione di olio, a cui seguono i pascoli utilizzati (18,1%). Anche questa provincia è caratterizzata da una numerosità elevata di aziende con SAU destinata a olivi per la produzione di olio (88,5%).

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Catanzaro

A Reggio Calabria la coltivazione prevalente è ancora l’olivo, con il 41,6% della SAU e l’83,2% delle aziende. In termini di aziende, un’altra rilevante quota (28,5%) è interessata dalla coltivazione di agrumi.

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Reggio Calabria

In provincia di Crotone il 24,1% della SAU è destinata ai pascoli naturali e magri e il 23,9% alla coltivazione di olivi per la produzione di olio. Altra coltura prevalente è il frumento duro, cui è destinato il 18,5% della SAU. La maggior parte delle aziende coltiva olivi per olio (72,5%).

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Crotone

Infine, la provincia di Vibo Valentia risulta anch’essa principalmente caratterizzata, sia in termini di superficie sia in termini di numero di aziende, dalla coltura di olivi per la produzione di olio con quote pari, rispettivamente, al 46,5% e all’85,5% .

AZIENDE E SAU PER TIPO DI COLTIVAZIONE E PROVINCIA.

Anno 2010, valori percentuali

Vibo Valentia

IL PATRIMONIO DELLA BIODIVERSITÀ’ CALABRESE

La diversità biologica o biodiversità è la variabilità di organismi viventi di ogni origine inclusi gli ecosistemi terrestri, marini e altri ecosistemi acquatici, e i complessi ecologici di cui fanno parte; ciò include la diversità entro specie, tra le specie e tra gli ecosistemi. Quindi, essa si esplica a diversi livelli di complessità. La biodiversità ha un’importanza fondamentale per la vita di tutti gli organismi viventi in quanto determina la capacità di adattarsi ai cambiamenti.

Numerosi sono i fenomeni naturali e/o antropici che instaurano selezione e che quindi portano all’erosione genetica della biodiversità: i cambiamenti climatici in atto, eventi improvvisi quali gelate o incendi, l’introduzione di nuove malattie e/o specie vegetali esotiche, il miglioramento genetico.

La conversione degli habitat in seguito a processi antropici, quali l’urbanizzazione, o naturali, quali la desertificazione, possono portare alla perdita totale della biodiversità legata ad interi habitat. Diventa strategico adottare differenti approcci per la sua conservazione. Essa prevede sostanzialmente tre possibili vie: la conservazione in situ che prevede il mantenimento delle risorse genetiche nelle aree di origine o nell’areale ove hanno sviluppato caratteri distintivi; on farm: è un tipo di conservazione in situ consistente nel mantenere in coltivazione le varietà locali come nel caso degli agricoltori custodi e la ex situ che prevede la costituzione di collezioni, banche del germoplasma, banche dei semi e diversi altri approcci biotecnologici quali la coltura in vitro e la crioconservazione. Da sempre l’uomo ha domesticato le piante e selezionato le specie o le varietà più adatte al suo sostentamento, ma finora ha scelto di sfruttare una minima parte della biodiversità vegetale esistente. Infatti, per scopo alimentare sono state utilizzate solo 3000 specie sulle 75000 eduli (25% delle specie vegetali conosciute). Oggi sono interessate alla coltivazione appena 150 specie, di cui 15-20 hanno importanza economica rilevante e costituiscono la base alimentare mondiale : frumento, riso e mais assicurano insieme più del 60% della fonte alimentare del genere umano . La diversificazione produttiva è fondamentale sia per una migliore sostenibilità dell’agro-ecosistema ma anche per supplire a carenze alimentari, attraverso un bilanciamento della dieta a livello nutrizionale e salutistico.

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Coltivazione di patate in Aspromonte

La Calabria presenta un paniere di biodiversità enorme da destinare a scopi produttivi (nutrizione umana). Si caratterizza per una serie di prodotti e razze animali locali, in parte riconosciuti da marchi di qualità, quali la cipolla rossa di Tropea, il pomodoro di Belmonte, le lenticchie di Mormanno, la Patata della Sila, il Peperoncino, la Liquirizia di Calabria, il Bergamotto, il Cedro, la Capra nera di Calabria, il Suino Nero di Calabria, la Podolica Calabrese. Sebbene poi l’olivo venga considerata una specie tipica del Bacino Mediterraneo, nell’ambito della specie coltivata, esistono numerose varietà caratteristiche a livello locale. Nel caso della Calabria citiamo la varietà Carolea, la più diffusa specialmente nell’areale cosentino e catanzarese, seguita da altre varietà note quali la Grossa di Cassano o Cassanese, la Dolce di Rossano, la Geracese, la Sinopolese, l’Ottobratica e la Tondina. A queste cultivar principali possiamo aggiungerne almeno un’altra ventina di minore diffusione, ancora poco caratterizzate che vanno ad arricchire la biodiversità olivicola calabrese. Il patrimonio calabrese ha portato alla costituzione di ben 269 prodotti agro-alimentari tradizionali presenti nelle liste del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, così suddivisi: 10 tra bevande analcoliche, distillati e liquori; 28 tra carni e frattaglie fresche e loro preparazione; 24 formaggi; 4 tra i grassi, burro, margarina, oli; 73 prodotti vegetali allo stato naturale o trasformati; 1 condimento; 85 paste fresche e prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria; 12 prodotti della gastronomia; 21 preparazioni di pesci, molluschi e crostacei , tecniche particolari di allevamento degli stessi; 11 prodotti di origine animale (miele, prodotti lattiero caseari di vario tipo escluso il burro).

 

IL COMPARTO VITIVINICOLO CALABRESE

In Italia il vino ha assunto un valore simbolico tale da divenire una punta di diamante della nostra cultura, della nostra storia e soprattutto della nostra economia,  le nostre esportazioni continuano a crescere: sono stati venduti 20,5 milioni di ettolitri, il 50% dell’intera produzione italiana, per oltre 5 miliardi di euro; ciò sta a significare che il settore vitivinicolo è un settore portante per l’economia italiana. Un’eccellenza determinata dall’impegno che ogni regione italiana, negli ultimi anni, sta riponendo nel fare della propria produzione una produzione di qualità.

Infatti, oltre ai famosi vini della Toscana, del Piemonte, del Trentino e del Veneto ci sono tanti altri territori che, nonostante il periodo di crisi economica e sociale, stanno investendo su un fattore vincente, la qualità del prodotto vino, e su un settore di nicchia, il turismo enogastronomico.

Nel panorama enogastronomico italiano anche la Calabria si contraddistingue per una immensa tradizione alimentare e per un significativo patrimonio enologico che la lega alla produzione di vino sin dall’epoca dei primi coloni greci che portarono in Occidente la cultura della vite come testimoniano le fonti archeologiche, storiche e letterarie.

Andamento aziende vitinicole e sau

Calabria – Andamento delle aziende vitivinicole e della Sau

 

Un patrimonio enologico che per molti anni ha lasciato poco spazio ad azioni di valorizzazione mentre oggi sta riacquistando una certa rilevanza grazie alla presenza di valide unità economiche di produzione. Dai dati Istat del VI Censimento Generale dell’agricoltura la superficie vitata in Calabria risulta essere circa 10 mila Ha per un totale di 13.431 aziende e una produzione di vino di circa 400 io mila ettolitri. Difatti, al 2010, la superficie vitata è ben 27.582 Ha in meno rispetto al 1982 quando si contavano 37.610 ettari; le aziende vitivinicole hanno subito, dal 1982, una diminuzione del 84% e la relativa superficie investita del 73%; la dimensione media dell’azienda è passata da 0,40 a 0,75 ettari. Una riduzione del potenziale produttivo vitivinicolo determinato sia da un forte esodo rurale sia da un continuo susseguirsi di provvedimenti legislativi europei il cui obiettivo era ridurre il potenziale produttivo vitivinicolo. La riduzione ha interessato anche le aree di produzione Doc.

Nonostante ciò, la Calabria si caratterizza per la presenza di numerosi vitigni autoctoni come per esempio il Gaglioppo che è la varietà più rappresentativa della regione, il Mantonico, il Nerello Mascalese, il Magliocco (vitigno originario del cosentino) e molti altri. Da queste varietà locali e tradizionali si producono vini di elevata qualità – anche certificata – grazie all’impegno profuso dai diversi Consorzi di tutela di vini Doc. Attualmente la Calabria vanta una produzione di 9 vini a marchio Doc e di 10 vini a marchio Igt (Mipaaf, 2013).

Doc igp

Tabella 1 – Le Dop/Igp calabresi

Nel 2013, la quantità di vino Doc e Igp prodotta in Calabria si è attestata sui 168 mila ettolitri, in diminuzione del 14% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, nel periodo 2006-2013, essa ha registrato un andamento crescente con una produzione che è più che raddoppiata, rispetto ai circa 66 mila ettolitri di inizio periodo. Questa crescita è da attribuirsi ad entrambi i tipi di vino di qualità, Doc e Igp, nel periodo 2006-2011 mentre, nell’ultimo triennio, è stata notevole la crescita dei vini Doc che è più che raddoppiata portandosi a circa 131 mila ettolitri nel 2013. Pertanto, il peso del vino di qualità sul totale del vino prodotto in Calabria è passato dal 18% del 2006 al 46% del 2013.

Eppure le risorse genetiche vegetali della Calabria sono ancora in buona parte da valorizzare. L’impegno da parte di enti pubblici e privati ha portato alla raccolta, catalogazione e caratterizzazione di un numero elevatissimo di vitigni locali.

Tra le accessioni raccolte e caratterizzate ricordiamo tra i vitigni rossi, la Lacrima nera di Caulonia, la Lacrima nera di Ferruzzano, il Castiglione di Bova, La Medulla di Gatto di Cola Checco di Cardeto mentre per i vini da dessert, il Greco di Bianco, clone classico, quasi estinto, il Greco di Gerace, infine per i bianchi da tavola la Guardavalle d’i pàssuli di Ferruzzano, la Guardavalle di Bianco, il Mantonico bianco di Gerace, il Greco Aronne di Ferruzzano, la Tundulilla di Bova.

Un altro vino “Armacìa”, medaglia d’oro al concorso enologico internazionale del Cervim – il vino dei terrazzamenti” emblema delle produzioni tipiche della Costa Viola (Calabria) e frutto di quella “viticoltura eroica dei terrazzamenti” vince per la sua categoria la medaglia d’oro al XXI Concorso enologico internazionale dei vini di montagna e delle piccole isole organizzato dal CERVIM, il “Centro di ricerche, studi e valorizzazione dei vini di montagna e di forte pendenza” con sede ad Aosta che annovera le regioni e le province europee caratterizzate da una viticoltura estrema, che premia non solo il vino ma anche il duro lavoro dei vignaioli della Costa Viola e che, soprattutto, riconosce indirettamente l’importanza di più di un decennio di intense attività finalizzate alla valorizzazione del territorio terrazzato, alla sua tutela idrogeologica, alla cooperazione in agricoltura, un prodotto “collettivo” che viene riconosciuto quale emblema di un territorio caratteristico che potrebbe anche rinascere dal punto di vista enoturistico. Occorre che tutti, a cominciare dai ristoratori, agli enti territoriali, si responsabilizzino e trovino il coraggio di proporre il vino del proprio territorio, così come avviene in ogni regione italiana.

La Calabria è uno scrigno ricchissimo di biodiversità in termini di risorse genetiche vegetali e animali ma che è necessario proseguire in un lavoro di ricerca  sul territorio, di conservazione e di una caratterizzazione genetica, bioagronomica e nutrizionale indispensabile per orientare i futuri utilizzi di questa ricchezza. La biodiversità è patrimonio universale inscindibile dalla storia, dall’arte e dalle tradizioni, appartiene a tutta la comunità ed è alla base della sopravvivenza del pianeta. Programmi di valorizzazione e utilizzazione delle risorse genetiche sono necessari ed auspicabili.

 

Riferimenti bibliografici

  • Anania G. (2010), Qualità, territorio e competitività nell’agroalimentare. Quali politiche? relazione presentata al workshop Qualità, territorio e competitività nell’agroalimentare, Forum Internazionale dell’Agricoltura, Roma, 28 settembre
  • Angelo Sofo (2016), Aspromonte tra spopolamento e valorizzazione del territorio
  • Angelo Sofo (2016), Armacia, il vino dei terrazzamenti
  • Arfini F., Belletti G., Marescotti A. (2010), Prodotti tipici e denominazioni geografiche. Strumenti di tutela e valorizzazione, edizioni Tellus
  • Canali G. (2010), Verso una politica europea della qualità agroalimentare. Quali strumenti per la competitività? relazione presentata al workshop Qualità, territorio e competitività nell’agroalimentare, Forum Internazionale dell’Agricoltura, Roma, 28 settembre
  • Rapporto sulle produzioni agroalimentari italiane Dop, Igp, Stg, vari anni, edizioni Qualivita
  • Inea (2014), Annuario dell’Agricoltura Italiana 2013
  • Istat (vari anni), I prodotti agroalimentari di qualità Dop, Igp, Stg
  • Istat – 6° censimento generale dell’agricoltura in Calabria

 

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