Ipotesi progettuale di uno scenario agricolo

La forza dell’agricoltura e dell’allevamento consiste nell’implicita connessione che essi hanno con il territorio, nessun’altra attività è così strettamente correlata. L’emergere e la diffusione di modelli paralleli all’agricoltura convenzionale, mette in luce la necessità diffusa e condivisa di rivedere il rapporto tra produzione e consumo, mettendo in discussione concetti come efficienza, produttività, benessere economico e crescita.
Smettendo di ragionare come singola unità e divenendo parte di una rete, l’attività agricola torna ad assumere caratteristiche multifunzionali integrando aspetti ulteriori rispetto alla sola produzione alimentare, assumendo un ruolo di presidio del territorio, di produzione di esternalità positive, di beni e servizi legati alla conservazione dell’ambiente e del paesaggio, all’inclusione, all’offerta di servizi sociali e collettivi, contribuendo infine allo stesso sviluppo sostenibile del territorio. In questo scenario, il prodotto smette di essere una entità singola, ma diventa principalmente un’espressione di una rete di relazioni.
Le pratiche alimentari hanno sempre avuto un ruolo significativo nel distinguere le identità individuali e collettive e oggi sembrano assumere una valenza più pronunciata che in passato. In questa prospettiva, il consumo alimentare assume una rilevanza non meramente economica, ma anche e soprattutto sociale, perché consente la “scoperta”, la “riscoperta” e il mantenimento delle tipicità e del gusto che identificano i luoghi e le comunità locali. I modi di produzione, di distribuzione e di consumo di questo particolare aspetto della cultura materiale diventano dunque elementi che possono contraddistinguere una società alla pari di altri elementi simbolici, come ad esempio il linguaggio.
Queste diverse forme di resistenza sono coerentemente integrate nel modello dell’agroecologia e dell’agricoltura contadina, che viene oggi riscoperto per la sua capacità di assicurare non solo la sostenibilità economica, ma anche quella sociale ed ambientale.
Il processo di internalizzazione dei processi produttivi porta a ridurre la dipendenza e la vulnerabilità da parte di fattori esterni, ma soprattutto aumenta la consapevolezza e la gestione dell’intero processo produttivo, creando un senso di responsabilità lungo tutta la filiera. Inoltre il dimensionamento delle realtà economiche in base alle possibilità reali del territorio porta a ridisegnare un equilibrio tra attività umane e naturali. I valori immateriali incorporati nella produzione e nel lavoro agricolo sono beni di cui fruisce complessivamente l’intera popolazione: la qualità dell’ambiente, l’attivazione di relazioni sociali e la connessione tra diverse realtà produttive, economiche e sociali.
La rete tra i diversi attori che compongono la filiera è solo il primo passo per creare un sistema più ampio ed articolato. I sistemi agroalimentari per auto sostenersi ed affermarsi come modelli diffusi, paralleli all’attuale modello di consumo, necessitano di essere supportati da un modello organizzativo collettivo, che veda il coinvolgimento attivo sia dei produttori che dei consumatori. Le modalità con cui queste espressioni si traducono infine in un progetto pratico dipendono dalla complessità e dal livello di partecipazione che i diversi attori coinvolti riescono mettere in atto. Tutte strategie che hanno da una parte il vantaggio di eliminare gli intermediari lungo la filiera, garantendo un margine di guadagno maggiore, e che propongono un rapporto diretto tra le parti, ricollocando il commercio in una scala sociale.
Progettare degli scenari in cui si mettono in gioco dinamiche di carattere sociale, non è affatto scontato, proprio perche alla base vi sono prima di tutto le persone. La consapevolezza e la progettazione partecipata attraverso il coinvolgimento attivo sono sicuramente una delle chiavi di svolta per determinare o meno l’accettazione e la riuscita delle proposte.
Mettere a sistema le aziende locali è un primo passo per aumentare il dialogo ed il confronto tra gli attori del processo, questo potrebbe rappresentare il primo punto dal quale partire. Le aziende di riferimento dovranno avere la forza a monte delle proprie scelte, motivazioni che esulano dal campo meramente economico, e che le rendono più propense alla cooperazione che non alla competizione, partendo con il ridefinire le dinamiche di distribuzione e vendita considerando il prodotto non come il frutto di una singola azienda, ma come il risultato di una cooperazione sinergica tra gli attori.
Per arrivare a coinvolgere gli abitanti e provare a ridefinire il rapporto tra buona agricoltura e buona comunità si dovrà operare sotto diversi aspetti. Il primo fattore deve essere la presa di coscienza di poter contribuire attivamente al cambiamento, il secondo passa attraverso la scelta di giocare un ruolo determinante nell’innescare l’attivazione di progetti comunitari. Una dinamica interessante è quella delle CSA (Community Supported Agriculture), in quanto mette in relazione diretta la comunità ed i produttori, i quali sono legati da veri e propri patti di mutuo soccorso, che garantiscono ai primi cibi freschi e genuini ed ai secondi uno sbocco di vendita ed il supporto anticipato della produzione.
Una volta consolidato il sistema, e per far fronte a problematiche legate a logistica, alla capacità di assicurare un paniere di prodotti diversificati, e per far fronte a problematiche relative alla trasformazione di alcuni prodotti, si potrebbe ad altre realtà produttive esistenti sul territorio migliorando la varietà dei prodotti forniti ed aumentando il numero di aziende coinvolte. Inoltre la rete di relazioni che si viene a tessere tra le realtà produttive stesse ed il territorio crea maggiori garanzie e tutele sulla qualità del prodotto finale. Gli scambi tra produttori aumentano la percezione del sistema agricolo locale come un’unica entità, percezione che se condivisa e supportata dalla comunità può avere un forte potenziale nel rimodellare le economie su scala locale, investendo in primo luogo sul proprio territorio.

La Progettazione di una Filiera Integrata

Nella transizione verso sistemi agro-alimentari più sostenibili, l’agricoltura sta vivendo cambiamenti significativi, che coinvolgono la sua identità, il suo ruolo nei contesti sociali e il suo rapporto con le risorse ambientali.
Con il manifestarsi di elementi di criticità e l’emergere di nuove domande sociali, le forme dell’agricoltura uscite dalla modernizzazione hanno ceduto spazio a nuove configurazioni, nuovi obiettivi e modelli organizzativi, nuove forme di interazione tra azienda e contesti socio-ambientali. Al tradizionale modello produttivista, rivolto a massimizzare i risultati attraverso la specializzazione, l’intensificazione, l’ampliamento di scala, si sono affiancati percorsi di diversificazione nelle attività produttive, nell’insieme delle attività aziendali, negli obiettivi perseguiti. Le nuove forme di agricoltura mobilizzano varie risorse per dar vita ad una molteplicità di beni e servizi.
Diviene sempre più centrale, in questo contesto, la capacità dell’agricoltura di fornire beni percepiti come fondamentali per il benessere delle comunità, tanto da assumere il significato di beni comuni: qualità nutrizionale, cultura alimentare, qualità dei sistemi agro-ambientali e del paesaggio, salute, giustizia nei modi di produzione e consumo, relazioni sociali. La produzione e gestione di questi beni travalica i confini aziendali e, insieme alla loro fruizione, vede coinvolta una varietà di azioni e relazioni.
È una agricoltura reintegrata nei contesti territoriali, la cui multifunzionalità porta alla co-produzione di molteplici valori sociali e ambientali. Partecipazione, integrazione, partenariato e animazione sono, quindi, le parole chiave per la programmazione e l’implementazione delle politiche di sviluppo rurale così come per dare spessore allo sviluppo di un’agricoltura multifunzionale.
La progettazione integrata territoriale necessita di progetti organici e integrati sul territorio.
I Piani Integrati di Filiera (PIF) sono, in particolare, costituiti da un insieme di interventi attuabili mediante il ricorso a più misure del Piano di Sviluppo Rurale promossi da una aggregazione di soggetti (privati e pubblici) attivi nell’ambito di una determinata filiera produttiva.
Gli interventi proposti devono essere coerenti e collegati tra loro e devono contribuire ad un obiettivo strategico di sviluppo di una determinata filiera produttiva regionale.
I PIF sono in grado di rispondere a diversi fabbisogni di settore (competitività del settore agroalimentare, approcci organizzativi innovativi, innovazione e ristrutturazione delle filiere, razionalizzazione delle relazioni di filiera, organizzazione dell’offerta) contribuendo, in particolare, alla promozione di una più equa redistribuzione del valore aggiunto agricolo tra i diversi segmenti delle filiere agroalimentari.

Il ruolo della cooperazione alimentare nei Progetti Integrati di Filiera

L’impresa cooperativa nasce in base a bisogni delle persone più deboli e marginalizzate; la cooperazione agroalimentare, nello specifico, ha storicamente costituito una sorta di reazione a carenze imprenditoriali nell’economia delle aziende agricole e costituisce tuttora una risposta efficace degli agricoltori della filiera ai rapporti di tipo monopolistico od oligopolistico presenti sul mercato dei mezzi tecnici e dei prodotti agricoli. Tali motivazioni non hanno perso di attualità. Ma oggi, in relazione alla crisi economica, altri elementi fanno della cooperazione agroalimentare una “carta vincente per l’agricoltura” . La cooperazione agroalimentare appartiene, a pieno titolo, a quelle forme organizzative che inglobano l’impresa agricola e che possono essere individuate come sistemi di ordine superiore, anch’essi fattori di competizione (associazionismo produttivo, filiere, distretti). Altri elementi che accentuano l’attualità della cooperazione agroalimentare sono individuali nella sua capacità/possibilità di valorizzare l’identità rurale, di generare capitale sociale, nonché di incentivare nell’agricoltura modernizzata locale, a partire dalle imprese socie, processi di riconversione tecnologica, con il riadattamento delle tecniche ai nuovi contesti produttivi e di mercato . La differenziazione del prodotto, le denominazioni di origine e i sistemi di garanzia della qualità (etichettatura, rintracciabilità, ecc.) rappresentano condizioni necessarie, a portare adeguati e duraturi vantaggi di prezzo ai produttori unitamente ai vantaggi per tutta la catena della filiera, dai trasformatori ai consumatori. Infine, i nuovi contratti e i prezzi più trasparenti potrebbero rendere i Progetti Integrati di Filiera l’occasione per realizzare un patto sociale tra istituzione locale e soggetti che partecipano ai progetti stessi e per avviare una nuova stagione di equità concertata lungo la filiera agroalimentare che si risolva a favore dei produttori agricoli, dei consumatori e dell’ambiente.

Quelle che avete appena letto sono alcune mie considerazioni a proposito dell’idea di campagna proposta da John Seymour

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