Una Nuova Agricoltura In Campo – Forme e Processi Di Resistenza In Ambito Agricolo

Prima di affrontare il discorso sulla nuova agricoltura, è necessario riflettere un momento sulle diverse facce dell’agricoltura. Non si può parlare di nuova agricoltura sempre più aperta al sociale senza percorrere il legame oppositivo che vi è tra questo tipo di agricoltura, che si l koega all’agricoltura biologica, e quello dell’agricoltura intensiva. Molte esperienze traggono spinta iniziale da questa opposizione. Costruire progetti di agricoltura sociale significa anche realizzare azioni di resistenza verso le regole del mercato globalizzato dell’agroalimentare, verso l’influenza delle grandi industrie agroalimentari, promuovere azioni di lotta per la giustizia sociale e per la difesa del territorio. Inoltre, per molti nuovi contadini, l’agricoltura sociale è una via alternativa alle logiche del mercato del lavoro convenzionale.

Uno degli obiettivi che ci prefiggiamo è di rendere visibili una serie di processi che stanno aprendo nuove prospettive al modo di intendere e praticare l’attività agricola, ma che sono ancora poco riconosciuti a livello pubblico, ed a livello della classe politica: modernizzazione, mercato e competitività internazionale. In effetti, il sistema agro-alimentare dominante si basa proprio su questi elementi, che per l’agricoltore significano sottostare alle regole imposte dal mercato ed alle conseguenti normative politiche, che operano principalmente a sostegno di quegli interessi. È possibile interpretare in termini di “processi di resistenza” la permanenza di forme diversificate di gestione dell’azienda agricola, che nel loro insieme si configurano come alternative al modello proposto nella fase di modernizzazione dell’agricoltura.
Quella che definiamo agroindustria si è diffusa nei paesi europei dopo la fine della seconda guerra mondiale, attraverso l’adozione di un orientamento aziendale produttivistico, l’intensificazione del processo produttivo, l’inserimento di tecnologie sostitutive del lavoro e la trasformazione industriale dei prodotti. Per l’agricoltore “moderno” questo ha significato un aumento della dipendenza dal complesso tecnologico e industriale, un faticoso adeguamento al sistema di regolazione, una sostanziale espropriazione delle capacità gestionali ed una caduta tendenziale del reddito agricolo complessivo per effetto dello squilibrio tra aumento dei costi e diminuzione dei ricavi. Inoltre si è determinato lo sganciamento dell’agricoltura dal contesto locale, con la scomparsa dei sistemi di relazione che la integravano a livello territoriale e la sua sostanziale riduzione alla fornitura di materie prime per la trasformazione industriale dei prodotti. Le prospettive offerte agli agricoltori riguardavano da un lato l’adeguamento al nuovo sistema oppure la loro scomparsa.
Non si consideravano praticabili vie alternative alla modernizzazione, assunta come tendenza definitiva e necessaria, mentre l’agricoltura contadina appariva senza futuro.
Contrariamente a tali previsioni, sono diventati sempre più evidenti i limiti del modello di agricoltura industrializzata, in termini di sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Da parte degli agricoltori sono state elaborate strategie di resistenza, particolarmente finalizzate a: aumentare il valore aggiunto a livello aziendale, assicurare nuove fonti di reddito, ridurre i costi di produzione.

Alcune di queste strategie riguardano in particolare le iniziative che consentono di aumentare il valore aggiunto a livello aziendale, quali la trasformazione dei prodotti e la vendita diretta in azienda, la fornitura ai gruppi di acquisto solidali, i mercati contadini. Rientrano inoltre in queste strategie di resistenza le nuove forme di cooperazione sociale per lo scambio di prodotti da impiegare nel processo produttivo, l’impiego di fertilizzanti organici, sostitutivi di quelli chimico industriali, la valorizzazione delle conoscenze tradizionali, che consentono di ridurre i costi di produzione. Quindi tutta una serie di attività complesse che implicano conoscenze tecniche, capacità organizzative, integrazione in un sistema di relazioni articolato a livello locale ed esterno.
Queste diverse forme di resistenza sono coerentemente integrate nel modello di agricoltura contadina, che viene oggi riscoperto per la sua capacità di assicurare non solo la sostenibilità economica dell’azienda, ma anche quella sociale ed ambientale. Questo implica non solo la riduzione della dipendenza dal mercato per l’acquisizione dei fattori produttivi, ma anche una particolare attenzione a conservare le basi naturali della produzione agricola. Gli elementi della natura viva (terra, acqua, piante, animali) sono internalizzati nel processo produttivo, a differenza di quanto succede nell’agricoltura modernizzata, che utilizza fattori prodotti chimicamente. Inoltre, vengono utilizzate tecnologie che presuppongono la padronanza del mestiere e che incorporano le conoscenze tradizionali dei contadini.

Tutto questo contribuisce a riportare i mezzi di produzione sotto il controllo dell’agricoltore, assicurando quella che è la caratteristica principale del modello contadino: l’autonomia del produttore. Questa autonomia non significa tuttavia operare in isolamento dal contesto sociale, dato che per il contadino la collaborazione tra produttori è una regola fondamentale, a differenza di quanto stabilito per l’imprenditore moderno, orientato principalmente a valorizzare le proprie capacità individuali. La cooperazione sociale implica la capacità di stabilire relazioni con diversi soggetti, sia a livello locale che esterno, costruendo reti di scambio e collaborazione.

Il periodo che ci stiamo apprestando a vivere lascia presupporre l’avvio di una nuova fase storica e culturale in cui la “questione agraria”, finora vissuta come esclusivamente “interna” al settore agricolo, evolve verso un nuovo concetto che coinvolge direttamente i consumatori e gli intermediari produttivi e commerciali che compongono le filiere alimentari. Mentre, fino ad ora, la questione agraria era confinata al settore agricolo e riguardava in prevalenza i meccanismi di gestione fondiaria e di remunerazione del lavoro agricolo, oggi si apre a una prospettiva di più ampio respiro, che tocca da vicino gli interessi dei consumatori e, dunque, dei cittadini.

Il processo di transizione in agricoltura vede traiettorie di sviluppo diversificate. Tra queste quella caratterizzata da una ricontadinizzazione e da una rilocalizzazione delle pratiche di consumo e produzione del cibo. I cambiamenti del modello organizzativo dell’azienda agricola e l’emergere di strategie innovative basate sulla cooperazione sociale contribuiscono alla strutturazione di sistemi alimentari locali (o territorializzati), orientati verso una sostenibilità multidimensionale, economica, ambientale e sociale.

La rilevanza dei processi è data, oltre che dall’attenzione rivolta alla tenuta del tessuto economico, sociale e ambientale delle aree rurali e periurbane (che è strettamente connessa alla sopravvivenza delle piccole e medie aziende e, dunque, alla redditività delle stesse), dalla crescente domanda di qualità della vita espressa dai cittadini, che si traduce in sicurezza alimentare, vivibilità e salubrità del territorio, tempo libero e socialità.

Ci sono realtà di biologico piccolo, autosostenibile, fatto di reti corte e di cooperazione a bassa
strutturazione, con piccole logistiche e con relazioni faticose dal punto di vista strettamente commerciale e fragili come riconoscibilità culturale. La loro esperienza è orientata verso la costruzione di sistemi agroalimentari locali; filiere che legano la produzione alla trasformazione, alla distribuzione, al consumo, costituendosi insieme ai Gas come forme alternative al consumo standardizzato e inventando cooperazioni e relazioni di comunità, quali i DES, distretti dell’economia solidale.

Tutto questo, per sottolineare il potenziale delle tante piccole azioni che nascono dal basso, come quelle di agricoltura sociale. Se sembra che i piccoli agricoltori e i consumatori critici stiano lottando contro dei mulini a vento, forse non è così. Molte esperienze di agricoltura sociale sono unite in una rete di relazioni, «reali» e virtuali. In questa rete si trova il tema di agricoltura responsabile ed etica, che a sua volta si rifà a quello di agricoltura civica. Per agricoltura civica si intende, in senso ampio, l’insieme che comprende oltre all’agricoltura sociale, anche i gruppi di acquisto solidale, i punti vendita diretti, esperienze di orticoltura sociale e tutte quelle pratiche che hanno alla base l’idea del coinvolgimento della comunità locale e dei cittadini nei sistemi di produzione e vendita dei prodotti agricoli.

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