La Pianificazione delle Aree Periurbane

Il tema dell’agricoltura periurbana

Oggi, in Italia ed in Europa, agricoltori e politici si trovano di fronte a tre possibilità riguardo la direzione da imprimere all’attività agricola del proprio territorio. L’agricoltura convenzionale o agro-industriale , nella sua forma globalizzata e indifferente alla storia e all’ecologia del territorio, non è più raccomandabile poiché produce spazi spesso poco abitabili per l’uomo e per gli altri esseri viventi, ed alimenti talvolta considerati pericolosi o sospetti per la salute.
Come risposta a questi problemi, le promesse politiche e scientifiche dei modelli di agricoltura sostenibile (integrata, ‘ragionata’, di precisione) hanno fornito il quadro normativo necessario a un cambiamento nelle pratiche agricole. Tuttavia esso sarà lento, inegualmente distribuito sul territorio e dipendente dall’equipaggiamento giuridico e tecnico di cui disporranno gli agricoltori, variabile a seconda dei Paesi.

È per questo che l’alternativa, talvolta radicale, rappresentata dalla pratiche agro-ecologiche (agricoltura contadina, biologica, organica, biodinamica, coltura intercalare, permacultura), coinciderà ancora a lungo con la strada per mettere in atto forme di agricoltura in grado di conciliare qualità dell’ambiente di vita e del territorio e qualità alimentare.

La posta in gioco nelle agricolture sostenibili, e più specificamente in quelle agro-ecologiche, è la ricostruzione di beni comuni territoriali agricoli. I beni comuni non sono tali solo da un punto di vista meramente economico: si pensi ad alcune risorse naturali accessibili a tutti (come, ad esempio, le falde freatiche), ma per questa ragione esauribili e destinate, se le si vuole preservare, a una regolamentazione difficile ma non impossibile (Ostrom 2006, ed. or. 1990).
Sarebbe opportuno estendere questo concetto a tutti i tipi di beni e servizi – naturali o artificiali, materiali o immateriali, esauribili o non equamente accessibili o distribuiti – che contribuiscono a costruire l’identità del gruppo umano che li rivendica.

Un progetto di territorio può essere il luogo della costruzione di beni comuni agro-paesaggistici. Da una parte avremo, quindi, le risorse materiali (i suoli agricoli, i tipi di coltura e di allevamento, l’acqua, le tecnologie, la varietà biologica, i percorsi d’accesso ecc.), i prodotti agricoli e i servizi ambientali; dall’altra le risorse immateriali (in particolare le rappresentazioni mentali dei paesaggi e dei luoghi sotto forma sia di immagini che di descrizioni testuali).

Bisogna tenere a mente che i beni comuni paesaggistici territoriali sono soprattutto spazi agricoli per lo più privati, percepiti in un certo modo a partire dallo spazio pubblico (la strada, il sentiero, il belvedere). L’accessibilità visiva degli spazi agricoli può in effetti essere considerata come condizione imprescindibile per un possibile riconoscimento delle qualità formali e funzionali dei paesaggi da parte dei fruitori. Portatrici di valori paesaggistici che ognuno mette in gioco, queste “parti di territorio così come sono percepite dalle popolazioni” – secondo la definizione di paesaggio della Convenzione Europea – possono quindi essere riconosciute come multifunzionali e suscettibili di utilizzi diversi, vale a dire rispondenti alle differenti domande sociali formulate da una collettività posta di fronte o dentro un paesaggio.
La natura di queste risposte dipenderà da un lato dai tipi di agricoltura che questa collettività conosce, dall’altro dalla consapevolezza di ciò che è più auspicabile per il proprio interesse immediato e di ciò che lo è per quello delle generazioni future (il Bene comune inteso come valore morale).

Agricoltura e paesaggio rurale

Se gli agricoltori delle aree periurbane si orientano verso delle modalità di gestione agricola che forniscono un insieme di servizi agli abitanti e ai turisti, lo spazio in cui si muovono ( inteso come spazio da ‘vedere’ e da ‘vivere’ ) diventa un’opportunità, piuttosto che una limitazione come nelle economie agricole convenzionali.
Questi sistemi agroalimentari territorializzati riuniscono gli uomini (le loro modalità di organizzazione e i saperi contestuali), l’ambiente (naturale e sociale) e le produzioni agricole (in particolare le loro qualità identitarie). Offrono prodotti indirizzati tanto ai mercati locali quanto all’esportazione, contribuiscono a creare opportunità di lavoro su base locale, alla riqualificazione dell’ambiente e alla costruzione di rappresentazioni condivise.
Occorre a questo punto chiedersi se gli agricoltori territorializzati costruiscono dei paesaggi apprezzabili a un tempo dagli abitanti, dagli agricoltori e dai visitatori; e se esiste un bene comune paesaggistico che riunisca questi tre punti di vista. Ciò che è discriminante per i territori e per i produttori è il punto in cui essi si posizionano – attraverso le pratiche agro-ecologiche – rispetto ai due grandi tipi di agricoltura precedentemente descritti, quella convenzionale e quella sostenibile.
Alla fine i paesaggi non saranno necessariamente tanto diversi, ma lo sarà senz’altro la qualità dei prodotti agroalimentari e dell’ambiente. Il che consentirà di distinguere consumatori di prodotti agricoli e semplici spettatori del paesaggio, o meglio di riunire queste due diverse esigenze proprie delle collettività di oggi e di domani, ovvero la qualità alimentare dei prodotti agricoli e il senso estetico ed etico del proprio territorio.

L’evoluzione dei sistemi agricoli ha modellato nel tempo la struttura del paesaggio, creando habitat favorevoli a un gran numero di specie vegetali e animali, tra cui emergono quelle di interesse per la conservazione della biodiversità. Questi habitat costituiscono il cuore delle “aree agricole ad alto valore naturale” (AVN), ossia di aree agricole intrinsecamente ricche di biodiversità intesa come ricchezza di specie e complessità delle relazioni ecologiche esistenti. In questi ambienti l’agricoltura e l’attività zootecnica favoriscono il mantenimento di sistemi di habitat naturali e semi-naturali che spesso svolgono anche una funzione di connessione tra le aree protette, costituendo “punti sensibili” per la conservazione della biodiversità.
Tuttavia, negli ultimi decenni i processi di intensificazione dell’attività agricola e di abbandono delle aree rurali marginali hanno causato una continua riduzione di questa tipologia di aree, particolarmente vulnerabile ai cambiamenti, minacciando il delicato equilibrio tra agricoltura e biodiversità.
Contrastare questi processi costituisce un’azione chiave per arrestare il declino della biodiversità e promuovere un modello di agricoltura a servizio della collettività.

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Le aree periurbane: quale pianificazione possibile?

Il patrimonio culturale dell’agricoltura è costituito dai beni materiali (attrezzi, edifici, varietà vegetali, razze animali) e dall’insieme delle conoscenze, dei valori, delle tradizioni (beni immateriali) che caratterizzato tale settore.
Anche il territorio, in quanto sistema nel quale si intrecciano natura e storia, può essere considerato patrimonio culturale, e, in quanto habitat dell’uomo, può essere considerato bene comune. Questa visione così ampia del patrimonio culturale dell’agricoltura è emersa con chiarezza solo negli ultimi decenni.

Il settore agricolo, infatti, è stato a lungo dominato da una cultura produttivistica che ha dato spazio alla tecnologia, da molti considerata socialmente neutrale, e ha tenuto distanti gli aspetti socioculturali, considerati appannaggio delle società arretrate. Negli ultimi decenni, con l’affermazione in sede scientifica e politica del concetto di multifunzionalità, sono state riconosciute le valenze storiche, culturali e simboliche delle pratiche legate alla produzione agroalimentare. Allo stesso modo, introducendo il concetto di stile produttivo, che riconosce il ruolo dei fattori soggettivi (valori, esperienze, percezioni dell’agricoltore) nelle scelte che riguardano l’azienda, e quello di agricoltura come processo di co-produzione di uomo e natura, sono stati rivalutati gli elementi antropologici in relazione al comportamento degli attori economici, che non sono mossi esclusivamente da considerazioni di razionalità economica.
L’attenzione non è quindi più centrata sulle tecniche e sulle tecnologie che consentono di superare i limiti posti dalla natura, ma sulla contestualizzazione delle stesse al fine di esaltare il rapporto di co-produzione in relazione alla disponibilità di risorse e alle diverse modalità di utilizzo.

Di pari passo, si è andata riaffermando una visione dinamica della conservazione del patrimonio culturale agricolo, visto anche come leva per uno sviluppo locale sostenibile, e si sono sviluppate iniziative finalizzate alla riattivazione dei fattori culturali, che hanno stimolato il senso del luogo e l’azione comunitaria sull’uso delle risorse ambientali e culturali locali a partire dalla produzione agroalimentare. Sono cresciute, inoltre, iniziative di diversificazione dell’attività agricola (circuiti agrituristici, enogastronomici e scuole in fattoria) che permettono di entrare direttamente a contatto con le realtà rurali, valorizzando sia gli aspetti materiali sia quelli immateriali.

Produzioni agricole, cibo e identità locale

Le pratiche alimentari hanno sempre avuto un ruolo significativo nel distinguere le identità individuali e collettive e oggi – a seguito delle recenti trasformazioni economiche e sociali – sembrano assumere una valenza più pronunciata che in passato, determinata anche dalla fine della scarsità alimentare in Occidente.

La maggior parte delle occasioni di costruzione e conferma delle relazioni di un gruppo sono accompagnate dal consumo comune del cibo, che sancisce in modo profondo l’appartenenza a una cultura materiale e comunitaria. Il pranzo di lavoro, il buffet di un convegno, la cena tra amici, il pranzo di famiglia sono pratiche rituali che contribuiscono alla strutturazione di significati sociali e si configurano come un elemento costitutivo della costruzione di sé. Ai riti religiosi e a quelli civili si connettono spesso cibi specifici, in alcuni casi proposti e veicolati dalla pubblicità e dal marketing e quindi diffusi in aree più vaste di quelle d’origine dello specifico prodotto.

In questa prospettiva, il consumo alimentare assume una rilevanza non meramente economica, ma anche e soprattutto sociale, perché consente la “scoperta”, la “riscoperta” e il mantenimento delle tipicità e del gusto che identificano i luoghi e le comunità locali. I modi di produzione, di distribuzione e di consumo di questo particolare aspetto della cultura materiale diventano dunque elementi che possono contraddistinguere una società alla pari di altri elementi simbolici, come ad esempio il linguaggio.

Il patrimonio culturale storico-identitario di una comunità non si riduce ai monumenti e alle collezioni di oggetti, ma comprende anche le tradizioni, le rappresentazioni artistiche, le pratiche sociali, le celebrazioni festive, i sistemi di pratiche e di saperi, le capacità tecniche dell’artigianato tradizionale.
Si tratta dunque di un patrimonio culturale immateriale, che viene continuamente ricreato e modificato dalle pratiche di uso. A questa concezione del bene culturale immateriale corrisponde un concetto di salvaguardia dinamica, in grado di garantire la vitalità del patrimonio culturale nel suo insieme, assicurandone la riproduzione.

La Multifunzionalità

La tutela e la conservazione dell’ambiente sono ormai diventati due concetti fondamentali nelle politiche agricole comunitarie, soprattutto a seguito delle forme di sfruttamento del territorio che ne hanno alterato composizione e struttura.
Tali processi di trasformazione hanno interessato anche le componenti paesaggistiche e agro-ambientali delle aree rurali. In particolare, l’intensificazione e la specializzazione produttiva hanno comportato in molti casi la marginalizzazione di sistemi agricoli non competitivi, con fenomeni di dissesto idrogeologico e desertificazione ma anche con perdita di biodiversità.
Accanto a queste trasformazioni, è emersa la domanda diffusa di natura, paesaggio e qualità ambientale che richiede, per essere soddisfatta, un sistema integrato di politiche che non guardi solo alle aree protette ma anche alle altre forme di governo dei territori in cui tutela delle risorse naturali e attività produttive convivono.
Sotto questo profilo, la multifunzionalità del settore agricolo consente di mantenere le condizioni di abitabilità dei territori ma anche di promuovere azioni di conservazione e tutela di importanti ambiti territoriali legati più a dinamiche storiche che naturali, particolarmente in un territorio antropizzato come quello italiano.
Rispetto al passato, in cui nelle aree protette lo svolgimento delle attività produttive era subordinato alla conservazione delle valenze naturalistiche e paesaggistiche del territorio, oggi si cerca di integrarne gli elementi socioeconomici, laddove l’attività agricola rappresenta un elemento fondamentale del territorio da proteggere.
Parlare di paesaggio in generale (e di quello rurale-agrario in particolare) significa trattare un argomento di natura complessa, il cui interesse si è rinnovato negli ultimi decenni sulla spinta di diverse sollecitazioni. Nonostante l’agricoltura sia l’attività che più di ogni altra ne ha plasmato forme e confini, non sempre risulta essere l’attività economica dominante.
In alcune aree rurali, infatti, lo sviluppo di altre attività economiche non agricole, di altri habitat, rende difficile stabilire se sia corretto l’utilizzo del termine agricolo. Per contro, in alcune aree prevalentemente agricole il modello di sviluppo non è più interamente rurale ma caratterizzato da fenomeni di urbanizzazione diffusa e modelli di sviluppo semi-rurale. In questo contesto, i paesaggi agrari italiani hanno seguito due strade: abbandono e specializzazione.
Mentre nelle aree montane e appenniniche si è assistito a fenomeni di esodo e marginalizzazione, nelle aree più fertili di pianura i processi di meccanizzazione e industrializzazione dell’agricoltura hanno portato a una semplificazione del paesaggio agrario con l’affermazione della monocoltura e la drastica riduzione delle siepi e delle alberature promiscue. A questi fenomeni di degrado si sta cercando di rispondere con processi di riorganizzazione del territorio in cui si modificano i rapporti tra città e campagna e si riconosce alle aree agricole un ruolo strategico nella pianificazione urbana, in particolare per la capacità di migliorare il contesto paesaggistico.

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